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Cile. Michelle Bachelet verso la presidenza

La presidenza di Sebastián Piñera, espressione di una coalizione di centrodestra, potrebbe essere stata solo una parentesi per Michelle Bachelet, alla guida del Cile dal 2006 al 2010 e alla quale era succeduto proprio il ricchissimo imprenditore appoggiato da una coalizione di centrodestra. I quattro anni di Piñera sono stati all’insegna dell’aumento della disuguaglianza, secondo uno studio dell'Universidad de Chile ad oggi nel paese l’1% della popolazione, quella ricca, accumula il 30% delle entrate complessive, un livello di concentrazione di denaro che supera perfino quello degli Stati Uniti, vicino al 22%. La conseguenza è che nelle elezioni presidenziali di questa domenica 17 novembre l’ex presidenta, candidata della coalizione Nueva Mayoría, è la favorita nei sondaggi. Le rilevazioni abitualmente più affidabili nel paese, come quelle pubblicate trimestralmente dal Centro de Estudios Públicos (CEP) e quelle realizzate da Opina Research per il giornale El Mercurio, affermano addirittura che la ex presidenta verrà eletta direttamente senza che si riveli necessario andare al ballottaggio, previsto per il 15 dicembre.

Il fatto che nei dibatti elettorali la Bachelet sia stata al centro dei commenti dimostra che la candidata da battere è proprio lei, nonostante sia stata accusata spesso dai suoi rivali di avere un programma elettorale ambiguo. La Bachelet ha svolto la sua campagna su tre direttive: una nuova Costituzione, il cambiamento del modello educativo e una riforma tributaria per finanziarlo. Ma il fatto che abbia presentato il suo programma solo tre settimane prima delle elezioni per molti significa che la candidata ha faticato a far trovare la quadra alla coalizione che la sostiene e nella quale si trovano dai democristiani ai comunisti – in passato forze politiche contrapposte. Un dato che fa dubitare molti circa la solidità di questa alleanza che succede alla Concertación, lo schieramento con cui la Bachelet aveva governato in precedenza. La Bachelet ha risposto a queste accuse affermando che la responsabilità di essere la favorita la infatti a più riprese mobilitati, andando incontro anche a una dura repressione poliziesca, per chiedere un’istruzione pubblica di qualità e gratuita. La riforma scolastica risale infatti agli anni della dittatura di Pinochet e premia esclusivamente la scuola privata e i cittadini di serie A. Non ci sono borse di studio o agevolazioni per gli studenti meno abbienti che sono costretti, di fronte al degrado della scuola pubblica tenuta in piedi con le ridotte risorse comunali, a iscriversi in quella privata, indebitando pesantemente le famiglie. La centralità dell’argomento è dimostrato anche dal fatto che uno dei volti più noti di questa protesta,  la rappresentante degli studenti della Universidad de Chile, Camila Vallejo, è candidata al Parlamento. Un altro argomento sentito da molti cileni, anch’esso eredità della dittatura, è la Costituzione.

Il Cile ha fatto un lungo percorso verso la “democrazia”, ma resta legato a una Carta fondamentale voluta da Pinochet. E non solo a quella: molti politici, compreso l’attuale presidente, sono ancora in qualche modo legati agli anni della dittatura per vincoli economici, di potere e militari. Una contraddizione cilena che si riverbera anche in questa nuova tornata elettorale contrapponendo alla Bachelet, figlia di un generale ucciso perché si oppose al colpo di Stato, la candidata dell’Unión Demócrata Independiente (UDI, il centrodestra attualmente al potere con Piñera) Evelyn Matthei, anche lei figlia di un generale, stavolta legato alla dittatura: Fernando Matthei Aubel durante il regime militare fu ministro della Salute, membro della Giunta Militare e poi comandante in capo dell’Aeronautica. Il passato del Cile torna prepotentemente anche nelle parole con cui la candidata dell’UDI ha chiuso la sua campagna elettorale. La Matthei ha infatti chiamato a votarla la grande «famiglia militare» cilena e solleticando gli istinti securitari delle destre ha promesso di «cacciare i giudici che proteggono i delinquenti, avere maggiore attenzione per le forze dell’ordine» per un «società più libera e più giusta per tutti i cileni». Quel che è certo è che la candidata del partito al potere e agli altri due in corsa che possono aspirare a risultati non da prefisso telefonico, l’indipendente di destra Franco Parisi e il membro del Partito progressista cileno Marco Enríquez-Ominami, hanno concentrato i loro sforzi nel cercare fino all’ultimo di convincere i loro elettori che esiste la possibilità del ballottaggio. Gli altri candidati (in tutto corrono in nove), Marcel Claude per il Partito Umanista, Tomás Jocelyn-Holt per il Partito Cristiano-Democratico del Cile, Ricardo Israel per il Partito regionalista, Roxana Miranda per il Partito dell'Uguaglianza, Alfredo Sfeir Younis per il Partito Verde, raccoglieranno le briciole lasciate dalle due donne considerate le teste di serie in questa tornata elettorale.

A entrare a gamba tesa nella disputa elettorale è stata - come da sempre accade nei paesi latinoamericani - la Chiesa Cattolica: l’arcivescovo Ricardo Ezzati ha intimato ai fedeli di «appoggiare i candidati che si oppongono all’aborto e al matrimonio omosessuale», tradizionalmente più vicini alle destre che ai progressisti. Comunque, ballottaggio o meno, per gli analisti la maggiore incognita sarà quella dell’astensione. La disaffezione, specie tra i giovani, è dilagante, tanto da far registrare nelle elezioni municipali dello scorso giugno un’astensione del 60%. Questo mentre molti cileni con diritto di voto, circa 500mila, non potranno esprimere la loro preferenza: sono quelli emigrati. Il Cile è infatti uno dei cinque paesi latinoamericani, assieme a Cuba, Guatemala, Nicaragua e Uruguay che non prevedono il voto per i cittadini residenti all’estero.

Alessia Lai

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