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La rivoluzione è finita. E i giornali hanno perso

Qualche giorno fa Erik Wemple ha dedicato sul Washington Post un articolo di quasi 22 mila battute ad una newsletter (il pezzo che state leggendo ne contiene poco meno di 8 mila). Un contributo così prolisso su un dispositivo di comunicazione obsoleto sembra un lavoro di archeologia più che una questione di giornalismo. Nell’epoca delle belle immagini e dei grandi titoli, sembra inspiegabile che una testata offra uno spazio tanto ampio sulla sua edizione online per un argomento meno che marginale.  In realtà il pezzo di Wemple è a suo modo un contributo di giornalismo di inchiesta. L’ampiezza del discorso è motivato dal lavoro di indagine condotto su uno dei pochi veri successi editoriali degli ultimi tempi: la newsletter è Playbook, il notiziario che Mike Allen invia alla cerchia di lettori più influenti d’America registrati al servizio di Politico. 

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