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Le mura del mito e il nostro squallore quotidiano

Incontro con Daniele Baldassarre, di Antonello Cresti

Quando, negli anni Novanta, la Gran Bretagna assistette ad un enorme ritorno di interesse nei confronti del proprio passato archeologico precristiano, questo fenomeno si saldò, in maniera virtuosa, per passaggi successivi, a una rinnovata conoscenza del proprio territorio di origine e ad un revival spirituale definibile come “neopagano” che a sua volta produsse una nuova e rafforzata coscienza ecologica. Insomma, un contagio positivo davvero rimarchevole!

In Italia, paese dell'archeologia e delle mille culture, tutto ciò è ancora un miraggio. Eppure l'ispirazione verso il mito, verso l'ignoto, verso l'identità primordiale, sarebbe ovunque: tra Frosinone e Latina decine di mura megalitiche, provenienti da un passato oscuro e leggendario, costituiscono una esperienza estetica e storica eccezionale. Eppure, per pigrizia, “romanocentrismo” ed altre tare, si tratta di opere non studiate e non valorizzate. Significativo che in Italia l'unico che si stia impegnando in un lavoro di divulgazione a riguardo sia un architetto e non un archeologo, Daniele Baldassarre, animatore del Centro Studi Mura Poligonali, col quale abbiamo voluto intessere questo dialogo. Dalle mura del mito per andare oltre...

- Come hai scoperto le mura megalitiche che impreziosiscono il territorio tra Frosinone e Latina? Come ne descriveresti l'eccezionalità?

Sono nato a Fiuggi, a pochi chilometri da Alatri e Ferentino - così ricche di testimonianze in opera poligonale - quindi ho vissuto tra “mura ciclopiche” sin dalla gioventù. Però, come molti altri, non mi rendevo del tutto conto della loro “eccezionalità”. Alla fine degli anni ’80 - quando mi sono dedicato all’incisione descrivendo la mia Terra in piccole acqueforti - ho guardato con altri occhi le tavole degli stupendi album in folio ottocenteschi, che hanno fatto conoscere in tutto il mondo il Latium arcaico; con la presenza forte dei suoi ruderi e la persistenza dei suoi lontani miti: l’Età dell’Oro, la Saturnia Tellus, l’arrivo di Enea…

Forse è a Marianna Candidi Dionigi ed al suo “Viaggi in alcune Città del Lazio che diconsi fondate dal Re Saturno” che devo la crescita di un interessamento su più fronti per queste architetture megalitiche. Perché il loro carattere eccezionale non è solo nelle misure a volte “sovrumane” dei massi, non è di sicuro una questione meramente quantitativa. Già altre volte ho sottolineato come simili opere - specialmente nelle dominanti acropoli - raggiungano non di rado perfezione tale da renderle capolavori. E come esercitino notevole fascinazione: per il movimentato disegno (nelle planimetrie, nelle monumentali porte, nelle soluzioni dei particolari, nel calibrato mosaico di pur immensi blocchi); poi per una scala dimensionale spesso “urbanistica” inserita in totale armonia nell’habitat naturale; infine per la ciclopica forza “scultorea” che promanano o per quei valori simbolici e sacrali che i millenni nascondono, anche se ci sembra comunque di percepirli...

- La tua passione per le mura megalitiche non deriva dall'archeologia, ma dalla tua professione di architetto. Quello dell'architettura è uno dei mestieri più "politici" che si possano immaginare ed infatti, puntualmente, gli operatori nel settore sono stati utilizzati dal potere costituito per perpetrare i propri scopi di disgregazione e disidentificazione delle comunità. Cosa trai dal passato in questo senso? Quale dovrebbe essere una "architettura a misura d'uomo"?

Senza tornare troppo indietro nel passato - fino all’antica sapienza di questi costruttori di mura che concretizzavano l’immaginario collettivo di un’intera comunità, anzi probabilmente era proprio la comunità intera a partecipare a tali colossali operazioni - vorrei risponderti con quella forse abusata definizione che William Morris enunciò nella seconda metà dell’Ottocento: «l’architettura abbraccia la considerazione di tutto l’ambiente fisico che circonda la vita umana; non possiamo sottrarci ad essa, finché facciamo parte della civiltà, poiché l’architettura è l’insieme delle modifiche e alterazioni introdotte sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane, eccettuato solo il puro deserto». Avvertendo in particolare che non «possiamo confidare i nostri interessi nell’architettura a un piccolo gruppo di uomini istruiti, incaricarli di cercare, di scoprire, di foggiare l’ambiente dove poi dovremo star noi, e meravigliarci di come funziona, apprendendolo come una cosa bell’e fatta; questo spetta invece a noi stessi, a ciascuno di noi, che deve sorvegliare e custodire il giusto ordinamento del paesaggio terrestre, ciascuno con il suo spirito e le sue mani, nella porzione che gli spetta». Occorre creare una “cultura dell’architettura” più diffusa nella società, senza demandarne acriticamente le scelte a “politicanti” o burocrati e magari l’esecuzione materiale ad un certo tipo di architetti, che antepongono lo “spettacolo esteriore” di costosissime e a volte effimere opere ad un’effettiva qualità estetica, soprattutto ad un’effettiva necessità e funzionalità dell’intervento.

- L'Italia a fronte di un patrimonio culturale immenso dimostra da sempre un’incuria ed un disinteresse verso le proprie bellezze raro da riscontrare altrove. Che responsabilità hanno le istituzioni in questo? Pensi che non far conoscere le proprie radici sia un progetto funzionale nella società della globalizzazione planetaria?

Credo di poter ricordare come il disinteressamento non sia “da sempre” così forte, forse s’è maggiormente diffuso nel secolo scorso, all’inizio della seconda metà, con il cosiddetto ”boom economico”. Non posso che parlarti da architetto: in quegli anni si costruiva moltissimo - chiaramente a scapito dell’integrità ecologica e quindi della bellezza ambientale - ma più che alla qualità del costruire si pensava alla cubatura del costruito, mi piace dire che si è fatto quasi esclusivamente edilizia e molto meno architettura. Le responsabilità delle istituzioni iniziano anche da qui: nelle lungaggini o nelle lacune dei piani regolatori, nella complice permissività ai dilaganti abusivismo e cementificazione, nel non proporre al contrario appunto una “cultura” dell’arte edificatoria, visto che si doveva ricostruire un paese… Le responsabilità dei progettisti sono, tra le altre, nell’aver ignorato o dimenticato le secolari tradizioni costruttive regionali, nel non rispettare il genius loci di ogni sito, ogni territorio, a favore di un’uniformità, di una globalizzazione che introducono monotonia nel diversificatissimo panorama paesistico-storico-artistico-architettonico della penisola italiana. A questo proposito non so se ci sia un cosciente progetto funzionale, ma è chiaro che “non dare importanza” alle nostre antichissime radici faciliti la globalizzazione e quindi i suoi “superiori” interessi economici.

- Un altro valore perduto col quale professione e passione ti hanno messo in continuo contatto è quello della bellezza. È proprio vero che "la bellezza salverà il mondo?"

Riprendendo la domanda su incuria e disinteresse, ritengo che si debba in effetti prima “salvare il mondo della bellezza”. Solo dopo aver ridato il giusto valore e rispetto alle ricchezze ambientali, architettoniche, artistiche, ai beni socio-culturali, ai patrimoni etno-antropologici… solo allora penso che il fattore “bellezza” avrà l’impatto necessario se non per “salvare il mondo” almeno per contribuire al riequilibrio tra l’opera creativa dell’Uomo e quanto creato dalla Natura, compreso “il puro deserto”.


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