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Giornalisti uccisi in Mali. La guerra non è ancora finita?

La “lotta contro il terrorismo” in Mali non si è ancora conclusa. L’uccisione di due giornalisti francesi a Kidal ha riacceso i riflettori sul Paese, ancora in preda all’insicurezza. Il governo maliano ha annunciato l’apertura di un’inchiesta giudiziaria che si aggiunge a quella già avviata dalle autorità francesi.

Finora sono filtrate poche informazioni sul rapimento e l’omicidio di Ghislaine Dupont e Claude Verlon, giornalisti dell’emittente Radio France Internationale (Rfi), giunti a Kidal per un reportage. I due reporter sarebbero stati catturati da un gruppo locale dopo aver intervistato Ambéry Ag Rhissa, un alto esponente del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla). Due ore dopo, una pattuglia francese dell’operazione Serval (lanciata nel gennaio del 2013) ha ritrovato i loro corpi senza vita a circa 12 chilometri di distanza da Kidal.

La situazione nel nord rimane difficile e complessa. Nonostante l’intervento militare francese, i gruppi armati sono ancora presenti nelle immense catene montuose degli Ifoghas e continuano a fare attentanti nelle principali città dell’Azawad, in particolare a Gao e a Timbuctù, la perla del deserto. La situazione a Kidal è ancora più delicata. La città è infatti controllata dai tuareg del Mnla, che non fanno entrare i soldati maliani. Gli unici ammessi sono i soldati francesi.

Le vecchie rivalità etniche continuano a farsi sentire e ad allontanare la pace. Da una parte i tuareg, dall’altra i neri. Scaramucce, accuse reciproche, battibecchi che rendono il clima irrespirabile e teso, in concomitanza con il fallimento delle trattative tra Bamako e il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad.  

Ritornando all’assassinio dei due giornalisti, la Francia potrebbe decidere di rivedere le scadenze di ritiro delle sue truppe, che prevedeva la permanenza di soli mille uomini entro gennaio 2014. Buona parte della forza Serval – in tutto 3000 uomini – è impegnata nell’operazione Hydre lungo il corso del fiume Niger, per proteggere le attività estrattive dell’Areva, già più volte messe in pericolo. La Francia difende i suoi interessi.

Come già avvenuto in Iraq, Afghanistan, Costa d’Avorio e Libia, anche qui l’intervento militare non è stato condotto per “combattere il terrorismo”. Parigi non è scesa in campo a difesa di “un Paese amico”, come ama ripetere Hollande, bensì per accaparrarsi le sue risorse naturali.  La Total ha definito la regione compresa tra Mauritania, Niger e Mali come il nuovo “Eldorado”. Il Mali è inoltre il terzo produttore africano e l’ undicesimo mondiale di oro. Il suo sottosuolo è ricco di  giacimenti di bauxite, manganese, riserve di petrolio e gas - che sono stati individuate di recente, ma non ancora sfruttate - e soprattutto di uranio, che fanno gola a molti Stati, Francia in primis, dato il suo incessante bisogno di alimentare le oltre cinquanta centrali nucleari presenti Oltralpe.

F.D.

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