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Oggi come ieri: la propaganda come arma di inganno di massa

Come si può legittimare una guerra? Non si potrebbe, eppure le grandi potenze riescono a far passare le operazioni militari per missioni umanitarie. Come fanno? Con uno dei trucchi più vecchi al mondo: la propaganda di guerra.

Quando si parla di propaganda di guerra si pensa subito, almeno in Italia, al fascismo o al nazismo. Più in generale, alla Prima e alla Seconda guerra mondiale. Conflitti diversi e tuttavia i temi della propaganda furono gli stessi. Dall’una e dall’altra parte, si trasmise il messaggio che i propri soldati erano gli eroi e i soldati nemici dei macellai senza scrupoli.

Si usarono tutti i mezzi di comunicazione del tempo: manifesti, giornali, cartoline, francobolli e più tardi la radio. Al di là delle ideologie politiche, note alla cronaca, c’era un comune denominatore: le nazioni giocarono sul concetto di “bene e di male”, di “giusto e sbagliato”. Sullo sfondo, la menzogna.

A distanza di anni, poco è cambiato. Sono mutati i mezzi di comunicazione, ma non la sostanza. Si utilizza ancora la propaganda di guerra. E lo si fa in maniera ancora più sofisticata e efficiente. Al riguardo, Ángeles Díez, professoressa di Scienze politiche e di Sociologia all’Università di Madrid, ha tenuto, pochi giorni fa, una lezione all’Accademia del pensiero critico del “Socialismo 21”, a Parigi.

Autrice dei libri “Manipulación y medios en la sociedad de la información" e “Ciudadaníacibernética, la nueva utopía tecnológica de la democracia”, la Díez definisce i media come delle armi nelle mani dei potenti che li usano per diffondere guerre e controllare il potere. La politologa va oltre e sostiene che i colossi dei media sono «la guerra e il potere». La cosa più assurda è che spesso gli interessi degli imprenditori che possiedono i cosiddetti mass media non ruotano nemmeno intorno al settore della comunicazione, ma a quello del petrolio e ad altre aree dell’economia. La Diez fa un esempio: le industrie militari, le imprese dei medium di massa e delle relazioni pubbliche sono quelle che muovono più soldi al mondo: «Siamo di fronte a un grande business».

Che cos’è la propaganda? Secondo la professoressa spagnola, «è un sistema complesso cui non partecipano solo i mezzi di comunicazione, ma coinvolge tutti gli spazi sociali (scuole, strade, caffè)» con lo scopo di indurre a specifiche attitudini e azioni. Tra le varie tecniche di persuasione, c’è quella di «vendere» la guerra come «umanitaria». È successo, ricorda la Díez, per la prima volta in Jugoslavia (1999) e in seguito nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Costa d’Avorio, Libia e Siria.

Cosa significa “guerra umanitaria”? In primo luogo, «fare appello alle emozioni e alla buona coscienza delle persone, ma anche presentare il conflitto in termini manichei come una guerra tra il bene e il male». Per poter successivamente passare all’individuazione, personalizzazione e demonizzazione del nemico, che incarna il male assoluto, come accaduto con Saddam Hussein, Muammar Gheddafi o Bashar al-Assad.

C’è, inoltre, una particolare attenzione alla ricerca di un eufemismo per non impiegare mai l’uso della parola “guerra”: Operazione di Polizia Internazionale, Missione umanitaria, Operazione antiterrorismo.

Nello stesso tempo, si moltiplicano gli appelli  alla “libertà” e alla “democrazia”. Ángeles Díez ricorda come, già nel 1981, lo scrittore Julio Cortázar lanciò l’allarme, ripreso dal quotidiano El País, sulla manipolazione delle parole. In primis, gli Stati Uniti si sono appropriati di termini come “democrazia” e “libertà” per secondi fini. O meglio ancora per portare la guerra in giro per il mondo.

A differenza della manipolazione delle parole, la propaganda di guerra contiene un carico più profondo, perché, come sottolinea la politologa, «non si appella alla ragione, ma ai sentimenti emotivi e umanitari, che vengono strumentalizzati». La promozione della guerra si fonda, in ogni caso, sull’emotività. In primo luogo, si utilizzano come base dei fatti accertati (altrimenti la manipolazione sembrerebbe troppo grossa, anche se durante la guerra in Iraq si preferì la menzogna). Ad esempio, è un dato di fatto che in Siria siano state usate armi chimiche. Ma il passo successivo è quello di attribuirne l’uso, senza alcuna prova, a Bashar al Assad. È anche certo che in Siria ci siano state manifestazioni pacifiche represse dal governo, ma la propaganda trasforma queste proteste in “rivoluzioni”. «Queste sono le stesse persone che parlano e mettono l’etichetta di primavera araba in Tunisia e in Egitto, e che diffondono il termine di rivoluzione arancione», afferma la professoressa spagnola.

 

Pertanto, il punto fondamentale da cui si parte è la ricerca della “giusta causa”, un fatto reale condannabile dal punto di vista etico e politico, come ad esempio l’invasione del Kuwait, la repressione della popolazione albanese del Kossovo, l’attentato alle Torri Gemelle.

Inoltre, la propaganda di guerra si basa su delle “matrici di conoscenza” già costituite. Vale a dire, strutture mentali già costruite. Ad esempio, quando un media parla di “regime siriano”, lo spettatore lo assimila alla “dittatura” per via delle “matrici di conoscenza” precedentemente stabilite e così qualsiasi immagine di omicidi o di edifici distrutti saranno messe in conto al dittatore siriano.

Un altro elemento, sottolinea Ángeles Díez, che contribuisce al successo della promozione della guerra, è la proliferazione di eufemismi. Parole come “regime”, “intervento militare” o “aiuto agli insorti” nascondono altre realtà, anche più oscure. Ma l’opinione pubblica è cieca e crede a quanto le si dice.

Per i conflitti in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, i media hanno descritto questi Paesi come una minaccia per l’intero pianeta e i loro governanti come dittatori criminali che bombardano e massacrano il proprio popolo. Le dinamiche sono, dunque, sempre le stesse. La premessa “intramontabile” è quella di diffondere notizie di un malcontento diffuso fra la popolazione e rivolto contro i tiranni, inventando fatti irreali. Durante l’invasione dell’Iraq nel 2003 si parlò di un’opposizione interna contro Saddam Hussein, ma nessun media riuscì a immortalare la sua esistenza, come dimostra la bassa presenza del pubblico quando, a conclusione della guerra, fu abbattuta la sua statua. Altro esempio, nessun media ha mai trasmesso le manifestazioni di massa a sostegno del governo siriano. Al contrario, si è presentata l’opposizione come “pacifica” e “non-violenta” . Oggi «sappiamo esattamente chi sono i cosiddetti ribelli siriani», rimarca la Díez: tutto tranne che dei pacifisti.

Altri richiami classici della propaganda di guerra, l’esistenza di una “guerra civile” e un confronto interno, la cui unica responsabilità ricade su un dittatore che in nessun modo si impegna a negoziare. Infine, vi è una popolazione tenuta sotto il giogo del regime che reclama un intervento militare della Nato, le Nazioni Unite e di altre organizzazioni.

Tutti questi elementi, dice Ángeles Díez, li ritroviamo nei testi e nei discorsi di coloro che si proclamano esportatori della democrazia. Ad esempio, Obama in occasione della 68esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla Siria è molto simile a Bush nel frastuono della guerra in Iraq: «Quello che sta accadendo in Siria è una cosa che avevamo visto prima»; «Le manifestazioni pacifiche dell’opposizione sono state represse dalla dittatura»; «Non tollereremo l’uso di armi di distruzione di massa massiccia».

Tra i meccanismi di disinformazione c’è infine la «saturazione delle immagini con un forte impatto emotivo», in grado di far scattare i meccanismi mentali che regolano la rabbia e l’aggressività, in modo da rendere cieca l’opinione pubblica ad ogni discorso razionale. Come quando gli Usa invasero l’Afghanistan. In quell’occasione, i media riproposero più volte al giorno sugli schermi televisivi la sequenza dell’aereo che si schianta sulle Torri Gemelle per rinnovare di continuo lo shock emotivo.

Secondo Ángeles Díez, «i media sono i principali meccanismi di distruzione di massa». Di conseguenza, incalza la politologa, dovremmo chiederci perché si punta il dito contro Bashar al-Assad e quali sono gli interessi dietro questi media. In particolare, ci dovremmo chiedere perché «ci sono pochissime voci dissenzienti sul conflitto siriano». Quando El País (il periodico che è nelle mani del capitale nordamericano, sottolinea Díez) titola che i profughi siriani chiedono un bombardamento della Nato o descrivono come «rivoluzionari» gli oppositori siriani, «è molto difficile da contraddirlo». Tanto è vero, che se i media come Tele Sur diffondono una versione differente da quella ufficiale, li si accusa di essere «sovversivi» e complottistici.

Il teorema è: chi non è mio amico è necessariamente amico del mio nemico.

Francesca Dessì

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