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PD: quasi 3 milioni di illusi

Hanno gettato gli ami, con tre esche diverse-ma-non-troppo, e puntualmente i pesciolini hanno abboccato in massa.

Il motivo è semplice: i pesciolini che amano sguazzare nelle urne di qualsiasi genere, dalle primarie in su, sono fatti così. Ed essendo fatti così – poiché così sono stati allevati in quei laghetti di pesca “sportiva” che sono i bacini elettorali, specialmente, ma non solo, qui in Italia e nel Terzo millennio – hanno bisogno di rinnovare all’infinito le proprie illusioni. Anche se poi ciò significa rimanere infilzati.

Per limitarci alla Seconda repubblica, e al centrosinistra, gli eroi immaginari hanno avuto via via i nomi di Romano Prodi e di Walter Veltroni, e persino di Pierluigi Bersani. Una lista che ieri ha ufficializzato la sua ultima star. Matteo Renzi, ovviamente. L’attore che al televoto di ieri (televoto che resta tale anche se effettuato di persona, recandosi in uno delle migliaia di mini set allestiti per l’occasione) si è aggiudicato poco meno del 68 per cento dei suffragi. È lui il novello protagonista, giovane e baldanzoso, sorridente col pubblico ma perentorio con gli avversari, che in teoria dovrebbe rilanciare questa fiction obiettivamente logora, dopo che i suoi produttori hanno abusato della pazienza degli spettatori con ogni sorta di trucchi di infimo ordine: vedi, in ultimo, gli otto anni di voluta indifferenza per la palese incostituzionalità del Porcellum; incostituzionalità che la Consulta ha riconosciuto ma che non ha certo svelato. La sua illegittimità era il segreto di Pulcinella. Eppure la recita è andata avanti imperterrita, senza che all’interno dell’establishment politico nessuno avvertisse l’esigenza di rimettere la questione a quei giudici che avrebbero potuto agevolmente accertarne l’illegalità, così come hanno fatto adesso su ricorso di un privato cittadino.

La nuova superstar, il cui trionfo era del resto annunciato, ha immediatamente ribadito il suo messaggio fondamentale, quasi altrettanto generico dell’obamiano «Yes We Can»: il suo «Ora si cambia davvero» viene rilanciato tale e quale, o con minime variazioni, dai media mainstream, deliziando i suddetti illusi. E attraendo, sullo slancio, i moltissimi altri che pur avendo resistito alla tentazione dei gazebo si lasceranno soggiogare dalla prospettiva (ah, quanto entusiasmante! ah, quanto decisiva!) del prossimo Armageddon contro i Sommi Nemici. Che non sono mica i banchieri, gli speculatori, i globalisti assortiti che ci hanno sprofondati in una crisi ancora più grave, ancora più strutturale, di quella del 1929. No: i Sommi Nemici di questa cosiddetta Sinistra sono i “populisti”. I vecchi populisti di Berlusconi. I nuovi populisti di Grillo. Il peccato mortale è questo, nella religione liberista: non schiavizzare i popoli, ma aizzarli. Meglio lasciar fare agli esperti, ai tecnocrati, ai banchieri. Meglio lasciar fare a Mario Draghi.   

Da parte nostra, come facciamo abitualmente, ci sbilanciamo in una serie di previsioni su come andrà a finire anche questa volta: alla fase uno – quella delle grandi speranze in chissà quale palingenesi della politica interna, sotto la sapiente guida del Pd-New-Version by Matthew Renzi & C., e in chissà quale rilancio dell’economia nazionale, nonostante i vincoli imposti dalla UE, e quindi dalla Troika – farà seguito una più o meno lunga fase due, in cui seppur a malincuore le poderose aspettative odierne si troveranno a dover fare i conti con questa o quella difficoltà, uscendone fatalmente ridimensionate; infine, ed eccoci alla fase tre, diventerà manifesto che nemmeno il simpatico, giovanile, innovativo, Rottamatore del Passato è riuscito a compiere il miracolo atteso. O sognato. O delirato.

E proprio come nei deliri, quindi, una nuova allucinazione prenderà il posto della precedente. Perché il cast può essere integrato  all’infinito e gli USA ce lo insegnano: c’è sempre un Obama nuovo di zecca che prende il posto di un Clinton divenuto inservibile. Con in mezzo una parentesi alla George W. Bush, magari.    

Quanti anni saranno trascorsi, nel frattempo? Vedremo. Ma per un sistema che è ormai imploso, e che nel caso dell’Italia somma i vizi cronici del clientelismo agli insanabili squilibri della finanza occidentale, ogni dilazione equivale a un successo. Rinviando a oltranza la resa dei conti si vincerà la guerra. O, quantomeno, si debiliterà ogni residua resistenza da parte dei popoli: a forza di fare la fila per votare i più si acquieteranno in questa pantomima. Dove si crede di votare. Dove in realtà si fa solo la fila.

Federico Zamboni

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