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Obama Show. Ma è un lusso che non può durare

Vantaggi del nuovo mandato: si favoleggia del futuro, in attesa di tornare a sbattere contro il presente

Un’ora di parole, davanti al Congresso e in diretta televisiva, e un’ottantina di applausi.

Il classico appuntamento con il Discorso sullo stato dell’Unione, che si tiene una volta all’anno e che per Obama è il quinto della serie, regala al Presidente l’opportunità di fare una volta di più quello che in assoluto gli riesce meglio: snocciolare promesse per l’avvenire col piglio di chi non sta parlando di ipotesi, costellate di incognite, ma anticipando delle certezze. Che per quanto lontane dal giungere a compimento, e non di rado anche dall’essere verosimili, vengono tuttavia presentate in maniera così sicura, e attraente, da incantare moltissime persone.

Per esempio: tra gli obiettivi enumerati ieri c’è una grande riforma fiscale che «elimini i privilegi sui profitti, perché chi si mantiene lavorando abbia condizioni di vita dignitose». L’intenzione, più in particolare, sarebbe quella di elevare il salario minimo portandolo dagli attuali 7,25 dollari all’ora fino a 9, nel presupposto che «nella più ricca nazione della Terra nessun lavoratore a tempo pieno deve essere obbligato a vivere in povertà».

Sia pure senza voler sovraccaricare di significati e di implicazioni un singolo passaggio, che del resto è contenuto non già in un dettagliato programma di governo in forma scritta ma in una panoramica verbale che per forza di cose deve essere riassuntiva, ce n’è quanto basta per cogliere due aspetti tipici di questo modo di comunicare. E di manipolare.

Il primo, che è un po’ più evidente, consiste nell’affiancare degli impegni precisi e con tanto di cifre (l’aumento dei salari minimi) a delle espressioni quanto mai generiche (eliminare i privilegi sui profitti); il secondo, che porta la manipolazione a un livello superiore e, per così dire, onnicomprensivo, è il collegamento tra una misura molto specifica e un messaggio politico a tutto campo. Anche ammettendo che la retribuzione minima aumenti davvero, peraltro di qui al 2015, non è affatto sicuro che ciò equivalga a far sì che «nessun lavoratore a tempo pieno deve essere obbligato a vivere in povertà». E ancora meno, ovviamente, è sicuro che quel lavoro a tempo pieno sarà facile trovarlo, e mantenerlo.

Il nodo che rimane ignorato, come al solito, è quello delle caratteristiche strutturali del sistema economico statunitense, rispetto al quale si continua a fingere che sia strutturato in maniera tale da spandere ricchezza a 360 gradi, o quasi, e che pertanto vada solo emendato da talune forzature. O addirittura, completando l’interpretazione al ribasso, dagli abusi commessi da questo o quel soggetto, vedi la causa miliardaria (miliardaria ma episodica) contro Standard & Poor’s, oppure le sanzioni irrogate alle singole banche ma senza mai arrivare a quella drastica revisione normativa auspicata a ridosso dei disastri del 2008 e semi abortita con la legge Dodd-Frank.

La consueta vacuità di Obama, si potrebbe sintetizzare. Quella che avrebbe dovuto essere colta fin dalla sua prima campagna per la Casa Bianca, con la somma furbizia dello «Yes We Can» che in quanto affermazione senza oggetto era l’apoteosi dell’indeterminatezza, e che invece viene ancora scambiata, da troppi, per una sorta di idealismo. Magari un po’ ingenuo, ma fondamentalmente sincero.

Così, il discorso di ieri inanella parecchie ambizioni, tra il presunto rilancio dell’economia interna e gli ancor più presunti vincoli alla vendita e al possesso delle armi da fuoco, e le intreccia con svariate di quelle affermazioni che ai cittadini statunitensi piace tanto sentire («perché l'America progredisce solo quando avanziamo tutti insieme», «non si costruisce la prosperità con i tagli di spesa», «far rinascere un paese dove tutti abbiano le stesse opportunità, qualunque sia la loro origine»). Inoltre, non manca un ritorno, che considerati i precedenti va accolto con una robusta dose di scetticismo,  sui temi dell’inquinamento: «Se il Congresso non agisce, lo farò io, usando i poteri dell'esecutivo per tagliare le emissioni carboniche e sviluppare le energie rinnovabili, dimezzare i consumi energetici delle nostre case».

Alla fine, però, di totalmente sicuro c’è ben poco. I soldati rientreranno dall’Afghanistan, «34.000 entro un anno e alla fine del 2014 il ritiro sarà completo», ma intanto il pentolone della politica estera ribolle eccome, tra i test nucleari della Corea del Nord, il programma atomico dell’Iran e, last but not least, la grana senza fine di Israele e del Medio Oriente.

Obama ostenta tranquillità e fermezza, ed essendo all’inizio del suo secondo mandato, con quattro anni di potere davanti a sé e vista la debolezza dei Repubblicani, se lo può anche permettere. Tuttavia, quella di ieri è stata probabilmente l’ultima occasione in cui quello che dovrebbe essere un rigoroso rendiconto, sullo Stato dell’Unione, viene rimpiazzato da un florilegio di buone intenzioni. E facendo il pieno di applausi, per di più.

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