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Il boccone avvelenato dell'Europa

L'Europa costretta a fare marcia indietro: i Paesi in crisi potranno ritardare il rientro nei parametri. Ma a una condizione...

La Commissione europea ha deciso, ieri, di offrire la possibilità ai Paesi in crisi di posticipare i termini di tempo per raggiungere il pareggio di bilancio. È una notizia importantissima, ma non per i motivi che vengono commentati oggi sui vari media main stream. Ieri sera, a parte il Tg de La7 (onore al merito, in tal senso) che la ha messa in apertura, questa notizia non è stata praticamente ripresa da nessuno. E anche oggi sui più importanti quotidiani viene relegata in terza se non quarta battuta, non dandogli invece la giusta importanza che merita.

La cronaca è molto semplice: Olli Rehn, il Commissario europero agli affari economici, ha inviato una lettera ai ministri delle Finanze dei vari Paesi per avvisarli che, letteralmente "se la crescita si deteriora in maniera imprevista, un paese può beneficiare di rinvii per la correzione del deficit eccessivo, a patto che abbia effettuato gli sforzi di risanamento richiesti".

Si tratta, a prima vista, di una decisa marcia indietro rispetto alla deriva rigorista che aveva sempre contraddistinto le decisioni a livello europeo. È vero che decisioni simili sono state prese anche per Spagna, Portogallo e Grecia, ma il fatto che ora si esprima per lettera, e a tutti, una cosa che è destinata a diventare prassi, impone alcuni ragionamenti.

Del deterioramento generale della situazione economica in Europa sappiamo tutto. E i nostri lettori hanno potuto seguire passo passo la situazione anche nei casi dei Paesi che, pur indirizzati verso la crisi, erano sino a ora rimasti ai margini della comunicazione, in tal senso. Come la Francia, della quale abbiamo detto anche sino a ieri, e la Germania, che non tarderà a rendere manifesta una situazione che inizia a diventare difficile anche per i tedeschi.

L'evento di ieri - perché di questo si tratta - è essenziale, soprattutto per i le motivazioni implicite che contiene e ancora di più per un particolare decisivo che vedremo a breve.

Brutalmente, per quanto attiene al primo punto: siccome è ormai evidente che la situazione in Europa sta economicamente e socialmente degenerando (solo due giorni addietro titolavamo "Prove tecniche di dissoluzione") la Commissione non può che prenderne atto e, invece di far scoppiare una ulteriore fase di crisi ancora più profonda, imponendo ai Paesi di rispettare norme (come il tetto del deficit di bilancio sotto al 3 per cento) che farebbero sprofondare il tutto ancora più in basso, è letteralmente costretta a cambiare in corso d'opera le stesse regole che si era ferreamente imposta. È un criterio importante, perché conferma, a differenza di quanto si sostiene comunemente in giro, che le cose, anche in Europa - e dunque anche per quanto riguarda l'Euro e l'eventuale uscita di alcuni Paesi dalla moneta unica - possono cambiare eccome. Gli haircut della Grecia, a suo tempo, erano già una dimostrazione eloquente: Atene non poteva far fronte ai suoi impegni dunque delle due l'una, o la si lasciava sprofondare o le si permetteva di dichiarare default, anche se parziale, anche se in modo "controllato". Per tutti gli altri Paesi europei vale oggi la stessa cosa: o li si lascia sprofondare, oppure gli si concede più tempo. Elementare. 

Non solo: l'assunto implicito, e ovviamente non comunicato a dovere, è che per quante regole l'Europa delle Banche possa mettere, per quanta austerità possa imporre ai vari popoli, il sistema Euro è destinato a fallire, visto che tutte le cure sino a ora messe in atto non hanno portato che a una "capitolazione" del genere.

Ora si concede più tempo per rientrare in alcuni parametri che sono in ogni caso irraggiungibili per via dell'avvitarsi del processo dell'incremento degli interessi sugli interessi congiuntamente alla recessione che non può che aumentare. Tutta l'operazione di ieri, dunque, nella migliore delle ipotesi serve a prendere tempo, dopo la presa di coscienza dell'impossibilità di risolvere la situazione, rispetto a un momento che comunque è destinato ad arrivare.

Ma c'è, come abbiamo accennato, un altro particolare determinante nella lettera di ieri.

Questo: si può beneficiare dei rinvii "a patto che (il Paese, N.d.R.) abbia effettuato gli sforzi di risanamento richiesti".

Si coglie subito l'importanza della cosa. Certo, sarebbe stato ridicolo, per la Commissione Europea, sostenere il contrario, ovvero che si poteva sforare i termini previsti e allo stesso tempo si potevano evitare le norme capestro per provare ad arrivare all'obiettivo. Ma il punto è che siccome tutti i Paesi oggetto di tale rinvio saranno letteralmente obbligati a richiederlo, ebbene essi, ora più che mai, saranno costretti anche ad applicare le norme richieste.

Dunque ora non abbiamo scampo. Per quanto ci riguarda ovviamente chiederemo il rinvio, e saremo costretti ad attuare tutte le norme che arriveranno, in modo ancora più copioso, vedrete, in una seconda lettera dalla Commissione europea. Quella di ieri, insomma, è solo propedeutica a quello che realmente interessa l'Europa delle Banche, ovvero la messa in atto, sopra le teste di ogni cittadino, delle ulteriori norme che arriveranno e che dovranno essere applicate.

Indicative, per contenuto e tempistica, le parole di Mario Draghi pronunciate a Madrid non più tardi di 36 ore addietro (qui).

Palazzo Chigi precisa che le norme non riguardano l'Italia. Il che è falso, malgrado le rassicurazioni di Rehn stesso  -"I tassi sui titoli italiani a dieci anni erano al 7,3% a novembre 2011, ma scendono al 5% a marzo 2012, perché i mercati sono stati convinti dalle decisioni prese sui conti pubblici" dal governo, puntualizzando che "solo nel primo anno una caduta di 100 punti nei tassi ha portato a un risparmio per l'Italia di 3 mld di euro". Una bell'appoggio a Monti, insomma, che dovrà poi, una volta eletto, applicare quanto previsto dalla stessa Commissione. Certo parlare di questo argomento in campagna elettorale sarebbe un boomerang per chiunque. Ma la lettera è arrivata anche a noi, eccome. E guardando i nostri conti, e il livello della nostra recessione, è evidente che dovremo prenderne in considerazione molto presto i contenuti.

Valerio Lo Monaco

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