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GLI USA GRADIREBBERO CHE L’ITALIA…

Napolitano, ormai a fine carriera, va da Obama per un ultimo fervorino, in vista  delle elezioni

Sarebbe semplice, volendo. È semplice, a condizione di non essere succubi dei luoghi comuni dominanti.   

Per cogliere l’effettiva natura di quest’ultima visita a Washington del nostro presidente della Repubblica, ormai giunto all’epilogo del suo settennato, basta allineare due dati di fatto. Che d’altronde sono elementari e sotto gli occhi di tutti.

Il primo è che a dieci giorni dalle Politiche italiane del prossimo 24 febbraio la Casa Bianca trova assolutamente normale, e quasi doveroso, formulare a Napolitano i propri auspici-diktat sull’esito del voto: lodando i «progressi che l'Italia ha fatto» ed esprimendo «l'incoraggiamento ad andare avanti su questa strada». Il secondo, diametralmente opposto, è che il contrario non solo non è accaduto in occasione delle presidenziali USA del novembre scorso, o del 2008 e via risalendo indietro nel tempo, ma è addirittura impensabile.

Infatti. Noialtri ci siamo abituati, e quindi lo troviamo ovvio. Così va il mondo, egemonizzato dagli Stati Uniti d’America, e non c’è nulla di cui scandalizzarsi. Come osserverebbero in tanti, mica ci vorremo sorprendere?

Sorprendere no, ma insorgere sì. Quantomeno concettualmente, non potendolo fare in maniera più concreta. E cominciando con l’attribuire tutt’altro valore alla durata di questa subordinazione, che prosegue dal 1945: quasi settant’anni di sottomissione non sono un’esimente. Sono un’aggravante.

 

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