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E DELLA TV CHI SE NE FREGA

Grillo dà forfait a Sky e tira aria di scandalo. Come se la democrazia fosse tutt’uno con la televisione

Toni indignati, quelli che si sono sentiti ieri dopo la decisione di Beppe Grillo di non concedere più l’intervista che aveva promesso a Sky. Anzi, prima che indignati, sbigottiti.

Sembrava che lui avesse osato l’inosabile. Che si fosse permesso di rinnegare un principio supremo e quasi sacro, al quale nessun politico di rilievo si può sottrarre: il dogma, implicito ma ferreo, secondo cui i cittadini devono decidere chi votare basandosi sui programmi televisivi. Talk show, interviste assortite, tribune elettorali. E possibilmente – nell’apoteosi del genere – il super dibattito tra i leader di maggior spicco: imitando gli Stati Uniti delle Presidenziali nell’enfasi, anziché nella sostanza. Laggiù la manipolazione esiste eccome, vedi l’esclusione a priori dei candidati minori e il duopolio permanente riservato a Democratici e Repubblicani, ma se non altro l’atteggiamento dei giornalisti che conducono il confronto è meno acquiescente.

La manipolazione principale, del resto, è accuratamente omessa da tutti, perché tutti (ovvero l’establishment nel suo complesso) se ne sono avvantaggiati finora e vorrebbero continuare a farlo. La manipolazione principale è far credere, appunto, di potersi informare davvero attraverso le trasmissioni televisive. Che invece, un po’ per i limiti intrinseci del mezzo e ancora di più per il modo in cui vengono realizzate, sono l’antitesi stessa di un’informazione degna di tal nome: ovverosia basata sulla consapevolezza e sull’approfondimento, anziché sulle impressioni e l’emotività.

In questa situazione – che va avanti da troppo tempo e che si tiene stretta i suoi segreti di Pulcinella, a cominciare dalla inattendibilità dell’Auditel e dal fatto che il totale del pubblico televisivo non coincide affatto con il totale della cittadinanza – la mossa di Grillo è non solo legittima, ma sacrosanta.

Solo pochi giorni fa, su queste pagine, avevamo parlato della preannunciata intervista a Sky come di un cedimento alla “tentazione dello spot” (qui). Oggi siamo lieti di constatare che quella opzione, fuorviante, è stata riconsiderata ed esclusa. Sperando che non si tratti solo di un’abile mossa mediatica, che paradossalmente usa la tv anche non andandoci, ma di una scelta precisa e definitiva: che non abbia come scopo ultimo quello di aggregare il più vasto consenso in vista delle elezioni, ma la trasformazione dei simpatizzanti di oggi in militanti di lungo periodo.

Il rinnovamento della politica italiana, infatti, non passa tanto da una massiccia presenza in Parlamento, come forza di opposizione, quanto dalla rigenerazione del tessuto sociale: non servono fan del Grillo Superstar, che ora si incapricciano di lui come del Vendicatore dei torti subiti che regalerà soluzioni istantanee, ma persone che siano pronte a farsi carico di un impegno permanente contro i potentati economico-politici e contro le loro mille clientele.

Una prospettiva che è certo meno agevole ed eccitante dei raduni di massa al comizio di turno, dove il Grillo Showman tende ad attirare e coinvolgere anche quelli che delle sue tesi non sanno un bel niente e non si pongono affatto il problema di colmare la lacuna, ma che segna la differenza tra un fuoco di paglia, per quanto esteso e abbagliante, e una fucina che resti accesa per tutto il tempo necessario a forgiare un altro tipo di società.

Federico Zamboni

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