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STESSA CRISI, STESSO DRAGHI

Il governatore della Bce ribadisce che «l’economia reale non migliora», per cui ci vorranno «nuovi sforzi»

La crisi si protrae, Draghi si ripete. La crisi accumula i suoi effetti negativi, via via più drammatici per un numero di cittadini già assai cospicuo e in continuo aumento, e Draghi srotola le sue analisi “tecniche”, con la perfetta indifferenza di chi ha acquisito un’agiatezza definitiva e può concedersi il lusso di esaminare il disastro dall’alto del suo status enormemente privilegiato.

Nelle sue ultime dichiarazioni, arrivate ieri nel corso di un’audizione presso il Parlamento europeo e di per sé stesse prive di qualsiasi novità, risuona ancora una volta proprio questo distacco. La sua è la solita ricognizione degli aspetti negativi, che sottolinea la concatenazione di alcuni effetti ma che non per questo risale alle vere e proprie cause né, tantomeno, indica delle soluzioni precise e praticabili.

Il quadro d’insieme rimane scisso su due tonalità opposte (ma guarda caso per nulla contrapposte). Da una parte ci sono quelle ormai rischiarate del settore prettamente finanziario. Dall’altro quelle tuttora fosche delle altre imprese e della relativa disoccupazione. Dice/constata Draghi: «Non c’è stato nessun miglioramento dell’economia reale, sebbene ci siano segnali di stabilizzazione». Tuttavia, a differenza di quanto fa la Federal Reserve del suo amico Ben Bernanke, qui da noi il quantitative easing rimane tabù, se non per finanziare le banche con le operazioni in stile LTRO, e bisogna insistere con il metodo rigorista: «Il risanamento per i Paesi che hanno un debito alto è inevitabile anche se ha effetti di contrazione nel breve termine. La questione chiave non è posporre il risanamento, ma come mitigare gli effetti negativi: non bisogna attenuare il risanamento ma attenuarne gli effetti». Pertanto, quel risanamento «deve essere basato di meno sull'aumento delle tasse. Le tasse nei Paesi della zona euro sono già molto elevate. Serve attuare le riforme strutturali in particolare sul mercato del lavoro e su quello dei prodotti».

L’approccio, appunto, resta tutto finanziario. E si continuano a usare i parametri sommamente artificiosi di questo specifico ambito, che da strumento di supporto delle attività produttive è stato innalzato a fine ultimo e priorità assoluta, per imporre ulteriori modifiche, anzi peggioramenti, all’assetto sociale.

La premessa, come ricordavamo all’inizio, è allo stesso tempo elementare e terrificante: la crisi in corso, intesa nelle sue pesanti ripercussioni sulla vita delle persone comuni, non tocca il capo della Bce e lo lascia del tutto indifferente, se non per quanto riguarda le implicazioni sui conti delle banche e affini. Il che appare ovvio, così come dovrebbe apparirlo, però, anche il fatto che gli interessi delle banche non coincidono con quelli della popolazione nel suo insieme, ma ci porta a una domanda assai meno scontata: se rimettere in moto l’economia “reale” non è affare che rientra fra i compiti della Bce, e se i governi europei rimangono (colpevolmente) imbottigliati nei diktat rigoristi imperniati sulla riduzione della spesa pubblica, chi accidenti dovrebbe occuparsi del problema?

Occhio: occuparsene non nel senso di parlarne, per poi limitarsi all’ennesimo inventario delle difficoltà e a prospettare la necessità di ulteriori sacrifici da parte dei cittadini, ma allo scopo e con l'urgenza di individuare delle strategie di intervento, con misure dettagliate e obiettivi verificabili.  

Il “nodo gordiano” è tutto qui. Nell’intreccio perverso tra si è stretto fra l’alta finanza – che controlla il denaro e che, dovendo recuperare la capitalizzazione perduta a causa delle sue deliranti speculazioni, costringe le nazioni a una sorta di siccità che si prolunga già da cinque anni – e i governanti che soggiacciono ai suoi diktat. Come abbiamo scritto a chiarissime lettere solo ieri, nell’articolo di apertura intitolato Conti pubblici: il cappio da tagliare: «Data la situazione, non si dà pertanto possibilità di uscita da questa spirale se non, appunto, attraverso una volontà politica. (…) La via della sovranità è l'unica percorribile per salvarsi, ad iniziare da quella monetaria».

Si ripete Draghi, ci ripetiamo anche noi. Su tutt’altro registro, naturalmente. Con tutt’altre finalità.  

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