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ARRENDERSI? NON LO FARANNO MAI

L’ultimatum di Grillo all’establishment prefigura una sorta di “rivoluzione dolce”. Che però è impossibile

Ottimo slogan, ancora una volta. Ottimo se parliamo della sua efficacia immediata, nei confronti dei moltissimi cittadini presenti al comizio di Milano, in una piazza del Duomo gremita, e degli altri sostenitori o simpatizzanti del MoVimento 5 Stelle, disseminati in tutta Italia e impazienti di recarsi alle urne.

Beppe Grillo scandisce un perentorio «Arrendetevi! Siete circondati dal popolo italiano». Non ha bisogno di specificare a chi si sta rivolgendo. Il bersaglio sono i politici vecchio stampo, alla Berlusconi-Bersani-Casini, e anche quelli fintamente nuovi, alla Mario Monti. «Arrendetevi – aggiunge Grillo – e vi prometto che non useremo violenza su di voi, vi accarezzeremo come si fa con i malati di mente. Dovete andarvene finché siete in tempo».

Bello, vero?

Bello sì, e sarebbe magnifico se avesse anche solo una remota probabilità di essere vero. Ma purtroppo non ce l’ha. E dunque il messaggio finisce con l’essere fuorviante, se non proprio ingannevole.

Quella che Grillo prefigura, infatti, è una specie di “rivoluzione dolce”. Che ha pochissimi precedenti e che, per restare qui in Europa, fa venire in mente la “Rivoluzione dei Garofani” del 1974, in Portogallo. Un cambio di regime “per acclamazione” che ha svariati presupposti, dall’insanabile scollamento fra classe dirigente e popolo nel suo complesso al disinteresse internazionale per la conservazione dello status quo, e la cui ipotesi andrebbe appunto verificata in questi termini. I quali – ribadiamolo: purtroppo – non trovano nella realtà italiana odierna quel pieno riscontro che sarebbe necessario. Anzi, indispensabile.

Nel clima di crescente entusiasmo che si va diffondendo in questi ultimi giorni, a favore del M5S e delle sue promesse di grandioso e subitaneo rinnovamento, sollevare problemi di questa natura può apparire fastidioso. Può sembrare che ci si erga a critici (da accademia, o persino da salotto) che eccepiscono sui limiti astratti di qualcosa che invece, in un modo o nell’altro, sta miracolosamente accadendo. Grazie a una di quelle accelerazioni improvvise, e provvidenziali, che di tanto in tanto segnano la Storia. E la cambiano. E la reinventano.

È un rischio che corriamo volentieri. Perché quell’entusiasmo è prezioso, ma è appena nato. E secondo noi non gli si rende affatto un buon servizio, a illuderlo di poter travolgere ogni eventuale resistenza da parte delle oligarchie di potere e delle loro vaste clientele. Così come, e in misura ancora maggiore, non ci si deve nascondere che le forze in gioco non sono solo interne ma anche estere. Entità sovrannazionali, vedi la Ue e gli Usa. Entità multinazionali, vedi le grandi banche che dominano il settore finanziario.

Una rete smisurata di interessi che si è consolidata nell’arco di decenni e decenni (o addirittura di secoli, secondo altre versioni), e che di sicuro non accetterà mai di fare un passo indietro, a meno che non vi sia costretta, e che ancora meno accetterà di “arrendersi” in via preventiva.

Quello lanciato ieri da Beppe Grillo, quindi, non va preso come un ultimatum che aspira, e spera, di essere accolto, ma come il suo esatto contrario. In nessun caso quelli che oggi detengono il potere in Italia lo lasceranno spontaneamente: innanzitutto non possono, perché non ne dispongono in prima persona ma su delega, o quantomeno su avallo, di organizzazioni di respiro mondiale, come conferma il recentissimo viaggio di Napolitano a Washington e le relative dichiarazioni sia sue che di Obama; inoltre, cedere il passo significherebbe non già ridimensionare il proprio status ma perdere tutto, con ripercussioni a catena sull’intera società nazionale: che è sì asservita alla “casta”, ma allo stesso tempo è compartecipe di molti dei suoi traffici e dei suoi abusi.

L’ultimatum verrà rifiutato. Dapprima ignorandolo, nella speranza che dalle urne non esca comunque la temutissima catastrofe di una maggioranza dei consensi al MoVimento 5 Stelle, e poi rigettandolo con ogni mezzo, ivi incluso il ricorso a questa o a quella forma di violenza, qualora la messinscena del voto “democratico” non dovesse mantenere in piedi lo statu quo.

La rivoluzione, qui in Italia, resta quanto mai improbabile, per l’assai scarsa saldezza intellettuale e morale, e civica, della generalità dei cittadini, ma di sicuro non potrà essere né “dolce” né pacifica. L’infezione è troppo vasta e radicata, per debellarla con due cucchiaini di sciroppo.

Federico Zamboni   

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