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A Roma come ad Atene: fuori gli estremi

Non solo in merito ai temi economici, che pure saranno palesi piuttosto presto, ma anche dal mero punto di vista politico, quanto è avvenuto e soprattutto sta avvenendo nel nostro Paese ha seguito e sta seguendo, passo passo, quanto avvenuto al di là dell'Adriatico. E la cosa dovrebbe far suonare più di un campanello d'allarme, almeno in chi segue i fatti di politica interna senza lasciarsi obnubilare dalle illusioni di Palazzo e dalla cortina della dialettica partitica e mediatica.

A Roma, come ad Atene successe al tempo di Papandreou, arrivò Monti, imposto dall'alto, cioè dall'Europa delle Banche, con un processo molto simile, se non nella procedura di certo nei risultati, a quello che portò Papademos in sella in Grecia.

Qui come lì, inoltre, sì e fatto di tutto, in campagna elettorale, da noi per mezzo della legge porcellum e grazie agli accordi che fatalmente stanno arrivando, per eliminare ancora di più dallo spettro parlamentare le forze politiche che si posiziona(va)no agli estremi. In Grecia le due forti opposizioni di sinistra e destra sono state relegate nell'angolino a fronte di una coalizione europeista che sta portando il Paese alla fine che sappiamo. E anche Syriza, recentemente, pur di partecipare alle decisioni si sta spostando sempre di più sulla politica del rigore imposta dalla troika. Gli unici fenomeni, affrettatamente e superficialmente definiti unicamente come populisti, sono fuori dallo spettro politico. Per intenderci, sono nelle piazze a distribuire cibo.

Qui da noi, parimenti, dopo la sforbiciata degli anni passati nei confronti di Bertinotti, prima lasciatosi imbrigliare come Presidente delle Camera e quindi del tutto scomparso insieme alla forza politica che pure rappresentava, nel corso degli anni seguenti si è data ancora maggiore restrizione a chiunque potesse uscire dal seminato, cioè portare nella politica delle posizioni che non fossero propriamente di centro. Cioè di sistema inginocchiato ai poteri finanziari europei.

Oggi si tenta di fare la medesima cosa anche con il partito che malgrado tutto è riuscito a entrare in Parlamento con volontà (per ora) apparentemente contrarie al blocco centrale composto da Bersani-Monti-Berlusconi, cioè il MoVimento 5 Stelle.

Il pateracchio di governo che uscirà dal mandato esplorativo concesso da Napolitano, per qualsiasi alchimia parlamentare possa passare, sarà volto in ogni caso a depotenziare il più possibile le proposte grilline. Sino al matrimonio forzoso, di merito o di metodo, tra Pd e Pdl (con buona pace di Sel che si accontenterà di qualche regalino dalla parte dei diritti civili per tenere chiusa la bocca sulle nozze infamanti).

Da tale unione non potranno che venire fuori esperimenti di eugenetica politica e sociale - perché "ce lo chiede l'Europa", ci diranno - e la strada da percorrere sino alle prossime inevitabili elezioni sarà quella di vivacchiare alcuni mesi continuando a privatizzare e a tagliare, con qualche concessione per non far salire l'ebollizione del Paese oltre i livelli di guardia.

Senza cambiare di un millimetro la strada politica intrapresa, e dunque senza modificare di un grado la direzione verso la quale si sta conducendo l'Italia.

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