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Bibbia for dummies: la semplificazione anemica

Alla Fiera del Libro di Bologna in questi giorni si è discusso di una versione per bambini della Bibbia. L’autore di tal “Nella Bibbia ho incontrato”, Pierdomenico Baccalario, ha trasposto la trama, per così dire, del sacro testo giudaico-cristiano in un racconto in prima persona dei protagonisti, primo fra tutti, naturalmente, Dio. C’è chi ha accusato l’opera edita dalla San Paolo di aver ridotto i drammi e la profondità biblica ad una saga stile Walt Disney, espungendone il senso religioso. Critica, secondo me, non solo ovvia e scontata, ma anche fuori luogo: ogni trasformazione della lettera di scritture millenarie, cariche di storia, ricche di sedimentazioni antropologiche e sfumature psicologiche, pervenuteci in forme pensate e tramandate come Parola di Dio, ne tradisce lo spirito e il significato. Che non è fatto per la divulgazione narrativa e men che meno per diventare una fiaba da raccontare agli infanti, ma ha lo scopo di fondare una religione, il rapporto con il divino, in questo caso degli Ebrei e dei Cristiani. 

Molto più interessante, a mio avviso, è una nota a margine dello sceneggiatore, se così vogliamo chiamarlo. Baccalario spiega che «il lettore di oggi vuole entusiasmarsi, sorprendersi, restare con il fiato sospeso. Questo ho cercato di fare, con tutti i rischi che un'operazione come questa comporta. Se avesse drammaticità sarebbe la Bibbia, invece è un modo per raccontare storie. Ovviamente quando parlo della crocifissione non racconto i chiodi: l'eccesso nel narrare il dolore e la paura tiene lontani i bambini». I lettori di oggi, come si sa, sono in gran parte proprio i bambini. Da che è mondo, i pischelli – e gli adulti poco cresciuti che costituiscono il “mondo dei grandi” nell’Occidente matrizzato ed eterno adolescente - provano interesse soltanto se impressionati, colpiti nell’immaginazione, fatti sognare. Logico che una Bibbia for dummies, concepita come una favoletta, dovesse sottostare ai canoni dello story telling spettacolare, ingenuo, a tinte semplici e forti. Ma con un “ma”: forti sì, però non realistiche fino in fondo. Niente sangue, niente violenza, niente dolore. Niente paura, perché la paura, secondo il biblista per piccoli, «tiene lontani» i pargoli. 

Scusate, ma che razza di narratore è questo qua? Se ci sono sensazioni che i bimbi, specialmente i maschi, letteralmente si bevono voracemente e con voluttà sono proprio le visioni truci, sanguinolente, violente, di battaglie, morti ammazzati, torture e via soffrendo. Attenzione: visioni immaginate durante l’ascolto orale (i genitori o la maestra che leggono) o la lettura in prima persona, con l’ausilio e le spiegazioni di chi è in grado di far loro capire i fatti narrati. In questo modo, la crudeltà viene trasfigurata e in realtà censurata quel tanto che basta per non traumatizzare la mente impressionabile del bambino. Il quale entra in contatto con l’idea che certi accadimenti siano possibili, e dunque che la vita è anche e anzitutto soffrire. Per fare un esempio: chi scrive ricorda ancora nitidamente la forte emozione che gli suscitava apprendere gli aspetti più sgradevoli di alcuni miti greci che intelligentemente la maestra elementare ci raccontò alle elementari, come l’aquila che ogni giorno divorava il fegato di Prometeo punito da Zeus per aver rubato il fuoco e averlo donato agli uomini, o le efferatezze di Ercole nelle sue leggendarie Dodici Fatiche, o la atroce storia di Teseo, del Minotauro, del Labirinto cretese e della fine di Icaro figlio di Dedalo. Se avessero tolto i particolari, che sono fondamentali, non si sarebbe capito nulla. E soprattutto quelle gesta non avrebbero fornito alcun insegnamento. 

Io credo che la paura di far paura, tipica di certa scuola educativa castrante e impotente, derivi negli ultimi tempi dalla modalità dominante in cui i bambini – e ripeto: non solo loro - al giorno d’oggi sono immersi: quella visiva. Televisione, videogiochi, internet: questa triade trasmette contenuti attraverso il video, quindi tramite l’occhio. E l’homo videns che ne è il prodotto si trova davanti agli occhi brandelli di carne umana, fatti a pezzi dalla brutalità o fatti a quarti dal sesso onnipresente, senza mediazione, senza interpretazione, senza l’indispensabile filtro dell’immaginazione. Che è esattamente l’ingrediente principale, e sacro, per permettere di elaborare i sentimenti e dunque sopportare il dolore, conferendogli un senso. Un libro che rinuncia a priori a svolgere questa funzione, che è la sua propria, è inutile. È solo una videata amorfa e diseducativa. 

Alessio Mannino

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