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VERSO IL GOVERNINFIMO

Quali che siano gli accordi, e la loro durata, saranno di certo un pasticcio. Ma con qualche obiettivo preciso

Al primo livello – quello che vedono tutti, ma sul quale non bisogna assolutamente incagliarsi – c’è l’impasse del momento. La famigerata ingovernabilità che scaturisce dai numeri del Senato: tre blocchi separati, oppure quattro se ci si aggiunge anche il modesto drappello dei montiani, che in teoria non hanno nessuna possibilità di accordarsi tra loro fino a costituire una maggioranza stabile.

Stando così le cose, logica vorrebbe che si votasse di nuovo e che lo si facesse nel più breve tempo possibile. Limitandosi, preliminarmente, a varare un unico provvedimento: quella nuova legge elettorale che, rimuovendo i vizi del Porcellum e soprattutto l’assurdità del maxi premio di maggioranza alla Camera attribuito solo alla Camera, permetta di uscire dalle elezioni con la certezza di un vincitore preciso. Oppure, se finalmente si volesse smontare la logica subdola a vocazione bipartitica o se non altro bipolare, una normativa che reintroducesse il proporzionale, sia pure con una vera soglia di sbarramento, in maniera da ricondurre in ambito parlamentare il confronto tra le diverse forze in vista di un’intesa di governo.

Proprio questo aspetto, che come abbiamo detto noi stessi è “preliminare” riguardo al ritorno alle urne, rientra però fra le questioni di secondo livello. Ossia tra le risposte strategiche che le oligarchie oggi dominanti cercheranno di dare alla situazione di stallo che si è venuta a creare.

Così come è avvenuto con la crisi economica, che pur essendo il risultato della speculazione finanziaria è stata usata per scaricarne i costi sulla cittadinanza e peggiorare gli standard sia di reddito che di welfare, si tenterà di fare un’operazione analoga a partire dalle attuali difficoltà di natura politica. Poiché l’obiettivo è consolidare lo statu quo, facendo leva sul mito assai capzioso della stabilità, la meta è una riforma in chiave maggioritaria e semipresidenzialista: che certo espone a qualche rischio nell’immediato, visto il successo di Grillo e l’eventualità di una sua ulteriore espansione, ma che in prospettiva rientra tra le modifiche funzionali all’establishment.

Il calcolo collaterale, che ha fondate ragioni anche se a causa delle circostanze odierne diventa una scommessa, è che nonostante le apparenze l’exploit del MoVimento 5 Stelle non sia necessariamente destinato a trasformarsi in un trionfo. Più che un consenso definitivo, infatti, quello raccolto il 24-25 febbraio sarebbe un voto di protesta, buona parte del quale sarebbe suscettibile di rientrare nei ranghi. Specialmente se, nel frattempo, si saranno ridisegnati i termini della sfida, acuendo i timori di un isolamento internazionale dell’Italia, e se, tramite il suddetto maggioritario a doppio turno, si saranno introdotti i massimi filtri/freni possibili a una vittoria delle forze che sono, o si suppongono essere, minoritarie.

La domanda fondamentale, quindi, verte sugli effetti del trascorrere del tempo, nelle prossime settimane o nei prossimi mesi. Vale a dire su ciò che si sarà o non si sarà capaci di fare, da una parte e dall’altra, per trasformare il peso della ingovernabilità in un’inerzia a proprio vantaggio.

Ciascuno cercherà di mostrare all’elettorato un diverso precipizio, e si offrirà/spaccerà come l’unico in grado di impedire che il Paese vi precipiti. La delega, ancora una volta, al posto della lotta in prima persona. La paura al posto del coraggio.

Nel caso di Pd e PdL sono meccanismi evidenti. In quello del M5S molto meno, ma non al punto di escluderli del tutto.

Federico Zamboni

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