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Chávez: il suo popolo deve andare avanti

 

«Il bisogno di un nuovo Venezuela nasce da una realtà che potrei definire raccapricciante, insostenibile. Sorge per molti motivi, ma soprattutto per l'evoluzione di determinate condizioni, delle quali la presa di coscienza è la più importante. E parlo non solo per me, ma a nome di tutto il popolo».

Hugo Chávez

(Intervista rilasciata ad Aleida Guevara nel libro "Chávez. Il Venezuela e la nuova America Latina" - Vallecchi 2009)

I motivi per i quali in Europa Hugo Chávez non viene considerato per quello che realmente è stato sono principalmente due: ha "beneficiato" di una stampa pessima (addirittura indegna per quanto attiene a quella Usa) e non riesce a farsi largo, neanche tra gli europei tuttora alle prese con la crisi causata da questo modello di sviluppo, l'idea che l'unica salvezza dei popoli risiede nel sociale, contro le multinazionali e la speculazione. Il secondo motivo in buona parte deriva dal primo, ma più in generale dalla colonizzazione dell'immaginario collettivo dell'american way of life che, neanche quando le sue ipocrisie e le nefaste realtà si evidenziano, come la notizia che abbiamo pubblicato ieri, secondo la quale un bambino su quattro negli Stati Uniti non ha cibo a sufficienza (qui) non si riesce a mettere mai in discussione.

Ecco, Chávez più di altri, che pure si sono mossi verso direzioni analoghe in America Latina, ha speso la sua vita per una missione chiara: la Rivoluzione. A ogni costo. Contro i poteri forti delle Banche e delle multinazionali. E a unico favore del popolo venezuelano.

Ancora ieri, e anche sul nostro giornale, abbiamo letto commenti di persone che stentano a mettere a fuoco la realtà. Non è una colpa, beninteso, come abbiamo detto nel nostro Paese arrivano notizie e interpretazioni distorte da ogni dove, e solo una curiosità personale, che voglia andare oltre - ben oltre - le voci dei media ufficiali, può condurre alla ricerca di altre fonti in grado di far leggere la situazione per quella che è.

Suggerivo, ieri stesso, di guardare le tantissime foto pubblicate anche dai tanti giornali on-line italiani, che non hanno potuto ovviamente occultare tali immagini, e verificare che tipologia di persone fosse quella ritratta in piazza a piangere la morte del Comandante. Già solo mettere a fuoco quei volti rende benissimo, se non altro, una cosa, che è poi la principale: Chávez realmente è stato dalla parte del popolo, e il popolo realmente ha amato Chávez. 

Ci scrive Marco Tarchi: 

Fin da ragazzo, non mi sono mai accontentato, di fronte alla scomparsa di personaggi che mi avevano, per un verso o per l'altro, positivamente colpito, della formuletta "onore a...". Il caso di Hugo Chávez non fa eccezione. La sua figura mi ha subito incuriosito. Ho letto vari testi su di lui, ne ho seguito con interesse l'azione. Ho cercato di capirne i progetti, gli slanci e le contraddizioni. Ne ho apprezzato, e molto - malgrado gli eccessi e i toni plateali - la volontà e capacità di resistenza all'egemonia imperialistica statunitense, gli sforzi per rendere più giusta la ripartizione delle risorse nel suo paese, l'impegno per fare dell'"altra America" uno spazio geopolitico compatto. Ho soppesato le critiche che gli venivano rivolte (istrionismo, spinte inflattive, limitazione della libertà di espressione dell'opposizione) fino a descriverlo come un clown (destino di non pochi elementi di disturbo dell'ordine liberale). Infine, ho avuto modo, in due soggiorni in Venezuela fra 2007 e 2008, di verificare in loco qualcuno degli effetti delle sue iniziative e di ascoltarne le lunghe concioni domenicali della trasmissione "Alò Presidente". Sebbene abbia incontrato sia entusiasti adepti (perlopiù, tassisti...) sia feroci spregiatori (gente dei "piani alti", emigrati italiani e non, preti, costruttori...), l'impressione complessiva che ne ho tratto è rimasta ampiamente positiva. (Anche perché, se è vero che il canale tv di Stato lo incensava da mane a sera, ce n'era un altro che lo denigrava con identica frequenza: alla faccia del soffocamento del dissenso!).

Ho quindi cercato di farne conoscere meglio idee e sentimenti proponendo all'amico Fernando Corona di tradurre e pubblicare un suo libro-intervista. La proposta è stata accolta e il libro è uscito presso Vallecchi. Inutile dire che l'ambiente "non conformista" non ha mostrato particolare entusiasmo verso il volume.

Ora che Chávez se ne è andato, credo sarebbe più utile del rimpianto la comprensione.

Vale ora più che mai, anche per quello che ci riguarda, esortare tutti ad andare davvero a scoprire la persona Chávez. La sua storia. La Rivoluzione sua e del suo popolo. Perché l'oblio su questa vicenda, sempre in agguato con la scomparsa dei testimoni più ingombranti, è esattamente ciò che vogliono i suoi detrattori di ieri e di oggi. E di sempre. Mentre è esattamente contro questi che tutti noi dobbiamo combattere. Le parole di Obama di ieri sono state di una brutalità assoluta, se ci pensiamo bene: «Adesso si apre una nuova fase tra Stati Uniti e Venezuela». Ma ci rendiamo conto? Con il cadavere di Chávez ancora caldo il Presidente degli Stati Uniti già iniziava a insinuarsi come un serpente, confermando, di fatto, la bontà della decisione di Maduro di espellere dal Paese i due emissari militari dell'impero a stelle e strisce.

È la prova del nove, se ci fate caso: a chi era inviso Chávez? Esattamente a chi tiene stretti al nodo scorsoio tutti noi. Se non basta questo, per scegliere da che parte stare, allora è veramente inutile qualsiasi altra argomentazione.

Chávez ha usato metodi duri, l'hanno definito in tante parti come un dittatore. Perché, siamo ancora convinti che una Rivoluzione di questa portata come quella del Venezuela, una lotta senza quartiere contro le superpotenze e le multinazionali a esse collegate si possa fare solo dialogando o con bandiere arcobaleno?

Ripetiamo: basta andare a vedere, punto per punto, caso per caso, realtà per realtà, chi sono stati i beneficiati dello sporco, duro, romantico lavoro del Comandante per decidere da che parte stare. Per decidere che veramente, la nostra finta democrazia - il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti - sia stata e sia di fatto una dittatura ben peggiore. Senza manganellate, certo, o almeno sino a qualche tempo fa, visto che adesso stanno arrivando anche quelle a chi si permette di eccepire, ma pur sempre una dittatura. Di cui paghiamo il conto ogni giorno.

E allora, tra un Presidente che usa le maniere forti contro i predoni e il proprio sacrificio a favore del popolo e chi invece sproloquia abilmente in televisione piegandoci alla fame a favore della speculazione, chi è meglio augurarsi?

Fuori dai denti: chi dobbiamo preferire, al giorno d'oggi, visto il punto al quale siamo arrivati, i professori in loden oppure i Comandanti in mimetica?

Valerio Lo Monaco

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