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Bahrein: Gran Premio di arresti

Il Bahrein sta per salire alla ribalta dei media ed il regime fa scattare in pole la repressione. Parlare del Paese va bene solo se è per via del Gran Premio di F1, che nel 2011 dovette essere annullato per le inopportune manifestazioni sciite per i diritti civili, che non furono abbastanza prontamente sedate per essere nascoste all’opinione pubblica.

Il re, quindi, gioca d’anticipo e, forte dell’appoggio degli esportatori di democrazia, la sua polizia avrebbe iniziato una campagna di arresti intimidatori così da evitare che le istanze di libertà della popolazione possano turbare il big business a quattro ruote. O che addirittura, sfruttando i riflettori puntati sul circuito, riescano far sapere al grande pubblico che nel paese la “Primavera araba” è stata stroncata con estrema brutalità.

Non si deve permettere alcuno squarcio nella cortina di silenzio mediatico mainstream: una presa di coscienza dell’opinione pubblica potrebbe spingere questa ad esercitare pressioni affinché, anche contro la nazione dove è basata la Quinta Flotta statunitense, vengano promosse sanzioni. Questo naturalmente è impossibile: il Bahrein è un alleato strategico, e poco importa che non rispetti i diritti umani. Quelle sono accuse che possono essere mosse solo contro le nazioni sciite: i sunniti possono essere solo vittime, mai carnefici.

La difesa dei diritti umani si dimostra ancora una volta uno strumento da utilizzare in maniera ipocrita a meri fini politico-economici. I tanto sbandierati diritti dell’uomo, in sé, non interessano nessuno, specie se vanno a collidere con i diritti televisivi del Gran Premio. Nessuno chiamerà al boicottaggio della Formula Uno, né il pubblico né l’organizzazione stessa della gara: in Bahrein non è in corso nessuna repressione e chi sostiene il contrario merita l’arresto, ma nel silenzio e nell’indifferenza altrimenti sarebbe inutile.

(fm)


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