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Se la Germania non ratifica il Fiscal Compact

La Germania ha da sempre una posizione politica molto particolare con i poteri forti europei. Per il semplice motivo che essa "è" uno dei poteri forti del vecchio continente. Ciò comporta che essa possa far digerire a tutti gli altri ciò che per se stessa invece evita persino di prendere in considerazione.

Il diniego, tempo addietro, di lasciare indagare sul reale stato dei conti delle Banche dei Lander è uno di questi esempi, quando invece in tutto il resto d'Europa ciò era non solo permesso, ma nei fatti obbligatorio. La decisione in merito al tetto sul contributo tedesco al concorso del Fondo Salva Stati ne è un altro. E quello di cui scriviamo oggi ne delinea ancora un altro, decisamente indicativo: il Senato tedesco, il Bundesrat, ha di fatto bocciato il Fiscal Compact. Per ora posticipandone la ratifica. 

A quanto pare tale ratifica non pare essere in dubbio, ma i Land, questo il motivo del rinvio, chiedono maggiori garanzie. Queste garanzie, in parole semplici, risiedono nel fatto che non si vogliono prendere ulteriori impegni - economici, ovviamente - oltre a quelli che già si hanno.

Tale decisione è stata possibile grazie ai voti dell'opposizione, in particolare dei Socialisti dell'Spd e dei Verdi, e rappresenta dunque un altro punto di arresto per la Merkel e per le sue velleità di essere rieletta alla prossima tornata elettorale.

Il punto è molto interessante: è proprio Berlino il primo promotore, a livello europeo, dello scellerato patto fiscale che invece tutti gli altri Paesi hanno di fatto già ratificato (senza alcuna consultazione dei cittadini). Ma in Germania, evidentemente, ciò che vuole la Merkel e la politica a ella collegata non è che sia poi così condiviso, come si vede. In quel Paese, per la ratifica occorre che si pronuncino, con un consenso, entrambe le Camere, e se il Bundestag ha dato il suo assenso ciò non è avvenuto, invece, per il Bundesrat. C'è insomma una sorta di braccio di forza tra la nazione nel suo insieme e le regioni, che vogliono mantenere una certa autonomia.

Nello specifico, i Land vogliono che sia chiaro fin nei minimi particolari quale sarà il proprio impegno finanziario per il Fiscal Compact, e che esso comunque non vada oltre le norme già previste dalla costituzione. Insomma, non dicono di non voler votare per il Fiscal Compact, ma vogliono che esso non vada ad agire sulle loro casse. E siccome in Germania il senato è composto dai delegati dei governi delle varie regioni, è evidente che una loro volontà possa bloccare, come sta avvenendo, qualsiasi processo di un certo rilievo.

È in ogni caso, oltre che una ipocrisia generale, dove un Paese impone il Fiscal Compact a tutti gli altri e poi si oppone a che esso "funzioni" con le medesime procedure al suo interno, anche una dimostrazione eloquente di come, a differenza ad esempio che in Italia, il rischio di questa norma europea sia percepito molto bene. 

Da noi il dibattito sul Fiscal Compact è praticamente assente. Dopo la ratifica del governo, salvo qualche voce fuori dal coro soprattutto tra i media di controinformazione, per il resto si dorme tra due guanciali. Invece le conseguenze sono serie. Nel Def di cui si parla in queste ore, ad esempio, risulta evidente come, a patto che si lasci invariato il pagamento dell'Imu così come è stato per il 2012, l'Italia, per rispettare il Fiscal Compact, dovrà tirare fuori (e non si sa da dove) oltre 20 miliardi. In caso di cancellazione dell'Imu, ventilata da più parti politiche, i miliardi da tirare fuori saranno invece circa 60. Come si vede, cifre di rilevanza essenziale. E tutte collegate a quel "patto". Di cui, dalle nostre parti, non si parla quasi già più.

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