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Il ring è onesto. Ma te lo devi meritare

Va così, nella boxe. A volte gli organizzatori ti vogliono perché credono che vincerai. Altre volte il contrario. Si rivolgono a te perché si aspettano che tu perda.

Remo Pariglia, il protagonista di questo bel romanzo che è firmato da Domenico Paris e che si presenta con un titolo eccellente come Il ring è onesto, lo hanno scelto per il secondo motivo. Hanno un campione mondiale di grande successo, un turco-tedesco che si chiama Hakim Hasan e che finora non è mai stato sconfitto, e gli serve qualcuno di non troppo impegnativo per una difesa volontaria della corona WBA. Match in Germania, naturalmente. Tempi stretti, il prossimo tre settembre, e condizioni stringenti, «ottantacinquemila euro, quattro spese di viaggio e mezz’ora scarsa per decidere». Prendere o lasciare. Come si conviene a un comprimario: se vuoi la parte la accetti, se non la vuoi pazienza. Oggi abbiamo pensato a te, fra trenta minuti, o fra trenta secondi, possiamo pensare a un altro. I comprimari non sono proprio comparse, ma di sicuro non sono le star. E ancora più di sicuro sono intercambiabili.

Tu che vuoi fare, Herr Pariglia? Accetti o passi la mano? Vieni qui a farti battere da Hasan (31 vittorie per ko su 34: lo capisci da solo) o te ne resti dove sei, a masticare rimpianti nel tuo paesotto italiano?

Remo Pariglia è un pugile solido e di un certo talento, ma a fine carriera. Ha 34 anni, è disincantato, tira a campare. Prima di passare nei pesi leggeri è stato campione italiano dei superpiuma, per sette anni, e ha combattuto per l’Europeo, senza aggiudicarselo per colpa di un verdetto addomesticato. «Si sa, quando vai fuori, o riesci a metterlo per terra l’idolo di casa, oppure non ti fanno tornare indietro con la cintura (e così, nonostante avessi sconfitto Brensen di almeno quattro punti, m’avevano dato un pari scandaloso, che ladri)».

Ora è agli sgoccioli. Si allena per mestiere, più che per passione. Un veterano che continua ad avere cura delle proprie armi, e del proprio onore, ma che è vicino al congedo. Uno che farà il suo dovere fino all’ultimo istante, ma che ha smesso da un’eternità di pensare alla gloria. I soldati esperti vanno in guerra senza tante storie, e non hanno bisogno della fanfara o dei tamburi, per caricarsi e tenere duro. Un pugile esperto, lo stesso. Lo chiamano per un match e lui dice sì, se la borsa è buona. Buona, o appena decente. Quando l’alternativa è farsi il mazzo al cantiere, tutti i giorni e per quattro soldi, i parametri cambiano parecchio. I parametri si abbassano. Qualche migliaio di euro per un solo incontro diventano interessanti. Diventano convincenti.

Remo è abruzzese. Originario di Pescara, dove è cresciuto nel periferico e violento quartiere Rancitelli. Trasferitosi poco più che ventenne ad Avezzano. Ancora provincia, ma di un altro genere. Più tranquilla, più schiva, più simile a lui. E infatti lui ci vive bene, tutto sommato. Ha una fidanzata, con cui sta cominciando a pensare di mettere su famiglia, e gli piacerebbe comprarsi un bar per quando, tra non molto, sarà venuto il momento di appendere i guantoni al fatidico chiodo. Gliene hanno offerto uno, in effetti. L’idea è di prenderlo in società con un amico, però ci vorrebbe un piccolo capitale e lui non ce l’ha.

L’estate è appena cominciata, quando arriva l’offerta dalla Germania. Un’altra estate nella quale, per lui, non c’è da aspettarsi nulla di speciale, ma che di colpo cambia direzione.

«Faxagli immediatamente di sì o ti uccido» intimai al mio manager.

Il romanzo inizia qui. E senza mai abbandonare la prima persona, per non smettere neanche un attimo di attraversare gli avvenimenti con gli occhi del protagonista, ci condurrà dritti dritti all’epilogo. Fino al resoconto serrato, dettagliato, vibrante, della sfida a Berlino, in una Max Schmeling Halle che ha sguardi, urla e passione solo per Hasan, il beniamino locale.

Un approdo esaltante, dopo le settimane passate a prepararsi senza risparmio. Un approdo pericoloso. Come essersi fatti due mesi di navigazione in alto mare, con turni estenuanti al timone, e trovarsi di fronte a una costa presidiata da una barriera di scogli. Una parte li vedi, subito fuori dall’acqua o appena sotto la superficie. Gli altri li puoi solo immaginare. E sperare che basti, per riuscire a schivarli.

Noi siamo lì con lui e, ormai, lo conosciamo bene. Lo abbiamo seguito passo passo – mentre si allenava a fondo, mentre studiava i filmati degli incontri di Hasan insieme al suo maestro («sembra che il lavoro di stimolo-risposta pensato da Fernando possa essere una chiave decisiva in questo senso. Mandarlo spesso a vuoto, schivare i dritti con i quali sembra così a suo agio quando imposta… Partire da questo, insomma, per costruire il match»), mentre a forza di darci dentro cercava/braccava/raggiungeva l’apice della forma – e adesso siamo suoi amici. Ci dispiace che abbia litigato con Sonia, la sua fidanzata. Siamo contenti che si siano rappacificati. Lo abbiamo osservato dentro e fuori la palestra: un uomo che parla chiaro e che in più di qualche circostanza tende a diventare brusco, ma che lo fa per un’esigenza di autenticità, anziché di sopraffazione. Ci piacerebbe dirgli di non preoccuparsi: andrà tutto bene e lui, sia pure in extremis, coronerà la sua carriera altalenante. Ma sappiamo, proprio come lui, che non si può mai dire, prima di essere saliti sul quadrato e aver combattuto. Prima di aver ascoltato il verdetto, se non si è vinto o non si è perso prima del limite.

Il ring è onesto. La vita non tanto. E la boxe è là in mezzo, che oscilla tra la verità di uno scontro leale fra individui che si battono a viso aperto e le bassezze di chi pensa solo a tirarne fuori un profitto. Remo meriterebbe di vincere. Remo, come ogni persona di valore, può solo tentare con tutto sé stesso.

Federico Zamboni


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