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“Restiamo con Vittorio”

C’è davvero bisogno di un anniversario commemorativo – quello della morte, avvenuta il 15 aprile 2011 – per ricordare il militante Vittorio Arrigoni? Personalmente, penso a lui ogni volta che mi appare quella perenne faccia da cane bastonato di Roberto Saviano, il quale, sotto l’unsbergo dei poteri liberal-democratici, frequenta “faziosi salotti”, loda a debita distanza la “tolleranza” di Tel Aviv e tifa per le politiche criminose dello Stato di Israele, mantenendo, nonostante la comodità di vedute apparecchiate a tavolino, la consueta faccia di tolla, per non dire altro. 

Penso ad Arrigoni quando si tace il sistematico e quotidiano genocidio palestinese concertato da un progetto colonialista, che ha fatto diventare sette milioni di autoctoni palestinesi dei profughi sperduti per il mondo, mentre ottomila innocenti (tra cui più di trecento minorenni, che in parecchi casi non hanno neppure dieci anni) sono prigionieri politici senza appello, seviziati e dimenticati. 

Penso ad Arrigoni quando ascolto le poche, ma toste voci fuori dal coro raccontare, tanto per fare qualche esempio, dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza, degli occupanti che soffocano perennemente gli inalienabili diritti dei cittadini israeliani arabi – i quali non possono usufruire di cure mediche, hanno le strade per accedere ai propri campi sbarrate, non hanno diritto né a una casa, né a un lavoro che garantisca almeno la sopravvivenza e vengono continuamente offesi e umiliati ai checkpoint, dove spesso sono costretti a denudarsi (in oltraggio non solo alla dignità, ma anche al pudore e alla religione) – o ancora dei cecchini che, come in un inaudito gioco al bersaglio, lasciano piombare a terra, piangenti e feriti, persino “gli scarafaggi”, quei bambini che, già guerrieri in miniatura, scagliano pietre contro armi e ferocia. 

Penso ad Arrigoni nel vedere una madre dagli occhi oramai secchi accettare il destino – il marito, più di una mitragliatrice nemica che gli ha bucato il petto, se l’è preso la volontà di Allah – fino a perdere anche quattro dei suoi cinque figli, ribelli alle sopraffazioni israeliane, e a lodare con fierezza il loro sacrificio: che senso ha, infatti, restare in vita quando ad essa viene strappata ogni legittimità? 

Eppure Arrigoni non amava i fanatismi religiosi, anzi li combatteva; ma come non giustificare la disperazione di un popolo assediato, cui non è concesso il diritto allo Stato, cioè il diritto di esistenza?

E infine penso a lui, nel vedere certi quotidiani tirarsela da più di un anno in un’accanita difesa di due marò –  che, assoldati per combattere i pirati, hanno comunque ammazzato due uomini, straziandone le famiglie – e la Farnesina e il Governo italiano restare invece silenti di fronte all’omicidio di Arrigoni, confezionato dai salafiti per colpire l’intero assetto islamico; tanto silenti quanto indifferenti al suo processo-farsa e alla mancata giustizia. 

Questo combattente restava in campo con un’audacia e un’allegria negli occhi scuri, che conservò intatte anche dopo essere stato incarcerato e torturato dai militari israeliani, per avere osato difendere quindici pescatori che pescavano nelle proprie acque territoriali, per avere divulgato informazioni sulle tremende e disumane condizioni dei palestinesi gazawi, per essere stato scomodo testimone di un crimine di guerra o meglio, per usare le parole dello storico israeliano Ilan Pappé, «di una pulizia etnica» premeditata, che l’intero mondo si ostina a ignorare o perfino a giustificare. 

Proprio nell’allegria che Arrigoni aveva negli occhi prendeva vita il suo motto “Restiamo umani”: non solo quando tutto va bene o quando, essendo dalla parte del “politicamente corretto”, sei strapagato e celebre, ma soprattutto di fronte agli abusi, ai soprusi, all’orrore delle sevizie, al terrore dei seviziati e alle menzogne dei media occidentali (prolifici contribuenti all’Olocausto palestinese). 

“Restiamo umani”, allora, ma fino alla fine: nonostante il sionismo, nonostante la vigliacca accondiscendenza occidentale e nonostante lo stesso Hamas, è questo l’unico onore che non può essere violato, negoziato, ignorato. Perché significa essere uomini, senza se e senza ma.

Fiorenza Licitra

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