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Romano Prodi “quello là”? Esatto

Franco Marini no, Romano Prodi sì. Bersani prende atto che il primo era indigesto, sia a buona parte del Pd che a Sel, e cambia al volo la sua scelta. Ottenendo addirittura una standing ovation (sic) per il nuovo candidato.

Invece del vetusto Marini, classe 1933, il navigatissimo Prodi, classe 1939. Invece dell’accordo con il PdL, ossia con Berlusconi, una candidatura unilaterale che, però, potrebbe raccogliere consensi anche nell’area montiana e, tutto sommato, persino in quella del MoVimento 5 Stelle. Perché è vero che il fondatore dell’Ulivo si è piazzato penultimo, di nove, nella consultazione on-line delle Quirinarie, ma questo gli conferisce una sia pur minima legittimazione anche su quel versante. E d’altronde, per arrivare alla maggioranza semplice che scatta a partire dalla quarta votazione (in calendario per oggi pomeriggio) non è necessario un consenso generale dei parlamentari M5S.

Qualora l’ipotesi si concretizzasse, il settennato del successore di Napolitano sarebbe ovviamente nel segno di una totale continuità col passato. Del resto, in base alle procedure costituzionali, quello che viene definito “Presidente della Repubblica” si pone piuttosto come il presidente della “Italy Holding”, che è a sua volta parte di una holding internazionale.

Bisognerà essere molto chiari, del resto: fintanto che i vecchi partiti non perderanno il loro predominio, che complessivamente resta poderoso nonostante l’exploit del M5S, le linee guida della politica, e ancor di più dell’economia, non potranno che essere le stesse. Romano Prodi ha un curriculum che si commenta da sé. Il curriculum “ufficiale”, intendiamo. Quello che pubblica egli stesso nel suo sito (qui) e che ne sottolinea sia il ruolo svolto nelle privatizzazioni «di importanti aziende, quali il Credito Italiano e la Banca Commerciale Italiana», sia i cinque anni da «Presidente della Commissione europea di Bruxelles, protagonista di alcune delle scelte storiche dell’Unione Europea come l’introduzione dell’euro».

Chi dovesse votarlo, e ci riferiamo specificamente ai “cittadini-portavoce” del M5S, non avrà il più piccolo alibi. Men che meno, quello di una mossa in chiave antiberlusconiana: innanzitutto perché il problema fondamentale dell’Italia non è affatto Berlusconi, che invece ne costituisce una, seppur grave, “infezione secondaria”, e poi perché anche sotto i due governi guidati da Prodi la legge sul conflitto di interessi rimase rigorosamente in sospeso.

L’aria che tira è quella di smorzare l’animosità anticasta – ma, ahinoi, assai poco antisistema – gettandole in pasto i dolcetti, al narcotico, di una moralizzazione di facciata della politica e della pubblica amministrazione. Meno abusi grossolani, per illudersi di poter tornare ai bei tempi del welfare di massa, senza però toccare le iniquità e le sopraffazioni strutturali del modello economico.

Un discorso che varrebbe, eccome, anche per Rodotà. Figuriamoci per Prodi.

 

 

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