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Berezovsky: un “ricco” suicidio

La morte di Boris Berezovsky, l’arcinemico di Putin coinvolto in molte oscure vicende che vedevano compromessi anche i servizi segreti inglesi, era stata rapidamente liquidata come suicidio, senza neppure tentare di coinvolgere il Presidente russo, come sarebbe stato da aspettarsi.

Oltre alle circostanze in cui era stato ritrovato il cadavere, a dare corpo alla tesi del suicidio erano le pessime condizioni finanziarie in cui l’ex multimilionario, specie dopo la sconfitta in una importante causa contro l’altro tycoon russo Abramovich, si era venuto a trovare. Adesso, però, la tesi comincia a scricchiolare: Berezovsky stava per ricevere liquidità per 300 milioni di dollari da tre trust offshore da lui controllati.

Il “movente” del suicidio sarebbe quindi venuto a cadere; chi sta per ricevere una somma del genere non è un uomo ridotto alla bancarotta, anzi non versa neppure in difficoltà economiche, quindi perché dovrebbe porre fine alla sua vita? Sicuramente non perché ridotto in povertà. Il suo non è uno dei tanti suicidi della crisi.

Il “movente” è però elemento centrale in una indagine e quindi, se quello che giustificava il suicidio viene a mancare, è verso altre ipotesi che gli inquirenti dovrebbero dirigersi. Visto che lo scenario Putin è stato escluso in partenza a favore del suicidio, forse le “responsabilità” andrebbero cercate altrove: ma ci sarebbe il rischio di dover rivedere tutti gli impianti accusatori orchestrati nei casi Litvinenko e Politkovskaja, scoperchiando un vaso di pandora che i servizi occidentali pare abbiano tutto l’interesse di tappare con questo comodo suicidio.

(fm)

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