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NAPOLITANO AGAIN: UNA CONTINUITÀ CHE DICE TUTTO

Dovremmo ripetere una miriade di analisi, oggi. Quelle che abbiamo accumulato nelle settimane, nei mesi, negli anni precedenti, e che sono a disposizione nei nostri archivi. Chi ne abbia voglia – chi ne abbia bisogno – può trovarci tutto quello che serve a comprendere il quadro politico, sia nazionale che internazionale, che si va delineando dall’autunno del 2008 in poi.

Nell’ottobre di quell’anno, infatti, cominciammo a pubblicare il mensile e fin dal primo istante l’obiettivo fondamentale fu chiarire sia i presupposti della crisi, sia i suoi possibili/probabili sviluppi. Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, il passaggio cruciale si ebbe nel novembre 2011, con l’avvento del governo Monti. Che venne imposto da Giorgio Napolitano e che rese inequivocabile la strategia complessiva alla quale tendevano, e continuano a tendere, i potentati interni che hanno nella Troika il loro referente esterno. E a Washington, città non solo della Casa Bianca ma della sede centrale della Federal Reserve, il comando-ombra al quale rendere conto.

L’obiettivo era preciso e giocoforza rimane lo stesso: una riorganizzazione socioeconomica dell’Italia in chiave spiccatamente neoliberista, tenendoci sotto scacco attraverso la minaccia del default e scardinando a una a una le garanzie del welfare. Martellando a oltranza i messaggi della propaganda, fino a farli percepire come innegabili. La parolina magica, ma da magia nera, delle riforme. Il circolo vizioso delle lodi, o del biasimo, in arrivo dall’estero a seconda di quanto ci uniformiamo a certe linee guida. Il totem dei Mercati.

La riconferma di Napolitano come presidente della Repubblica rientra appieno in questa prospettiva, per cui ogni lettura più circoscritta sarebbe riduttiva. E del tutto fuorviante. Il cosiddetto inciucio, che tanto scandalizza gli ingenui, è un’operazione assai più complessa di un accordo tra le nomenclature dei vari Pd, PdL e partiti minori di contorno, allo scopo di prolungare/perpetuare i privilegi di casta. Questo, semmai, è un gradevole vantaggio collaterale che essi ne ritraggono, ma che di per sé è solo la ricompensa per la loro fedeltà al sistema.

La vera chiave di lettura, che non esclude le lotte per bande o gli odi personali e che però li riduce a fenomeni secondari, risiede nell’omologazione generale a uno stesso modello. Modello economico, si intende. E solo di conseguenza anche sociale, politico, culturale. Ferme restando le analisi di più ampio respiro, è da qui che bisogna ripartire oggi. Da quello che implica il mantenimento di Napolitano al Quirinale: con i suoi presagi di governo di grande coalizione, comunque lo si andrà a definire e configurare in termini istituzionali, e dunque di sostanziale continuità con l’esecutivo capitanato da Mario Monti.

Rispetto a questo carattere onnicomprensivo, e a suo modo storico, dei processi in corso, l’innalzamento di Rodotà a simbolo/garanzia/demiurgo di una palingenesi nazionale non è solo eccessivo. È grottesco. Sempre che l’equivoco sia in buonafede, peraltro.

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Pasticcio finale: Napolitano si ricandida