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Litfiba. Il fuoco brucia ancora, dal vivo

A qualcuno potrà sembrar strano, ma fare il musicista professionista è un lavoro a tutti gli effetti. E il discorso non vale soltanto per gli orchestrali o per i turnisti di studio e di palco che hanno bisogno di veri e propri orari semi-impiegatizi per tirar su uno stipendio decente. No, il discorso vale per tutti, anche per le rock band e per quelle famose in particolare.

Magari, a dirla così una cosa del genere, sembra quasi che uno voglia disperdere l’impatto romantico della parola “rock” sull’immaginario collettivo; in realtà, ed è una sottolineatura assolutamente necessaria, per salire su un palco e reggere uno show non sono sufficienti carisma, magnetismo e maledizioni varie. La gente paga un biglietto, spesso salato, e, giustamente, si aspetta che quei simpatici omarini che sgambettano sulla scena siano sempre in grado di correre, saltellare ma, nello stesso tempo, anche di suonare le canzoni che li hanno resi famosi con la perizia tecnica e la presenza di “spirito” più adeguata. Si chiama entertaining, d’altronde, “intrattenimento”, e chi lo pratica non dovrebbe mai dimenticare che la sostanza del proprio mestiere è essere in grado di farlo bene. Poi, e solo poi, uno può permettersi il lusso di allargare il discorso e diventare un salvatore degli oppressi, un censore dei costumi, un celebratore dei propri vizi e/o una boa ideologica per le masse.

 

Parto da questa modesta considerazione, nei confronti della quale, ultimamente, si ama sempre più spesso storcere il naso con fastidio intellettualoide, per descrivere la performance che ha visto protagonisti i Liftiba nel secondo concerto romano del Pala Atlantico. Si sa, nei confronti dei ragazzotti fiorentini, il popolo della “valvola”, soprattutto quello più oltranzista e conservatore (e chi scrive ne è tra gli alfieri), nutre oggi come oggi una certa diffidenza. Non bastassero le ammiccatine pop di Infinito o il furioso breakdown alla fine dei Novanta, non bastassero le discutibili uscite con Cabo dietro il microfono (per quanto animate da un palese sentimento rootsy nello spirito) o le loffeggianti uscite soliste di Pelù (per non parlare della collaborazione con Jovanotti e Ligabue ne Il mio nome è mai più. Ma dai!), negli ultimi anni ci si sono messe anche delle sovraesposizioni mediatiche di cui, francamente, nessuno sentiva la necessità.

Passino le fanfaluche paracalcistiche a Quelli che il calcio… (d’altronde in Italia, in tutto il mondo, il pallone è il pallone), ma la recente partecipazione, e in qualche modo l’avallo ideologico, del cantante gigliato a uno dei tanti talent show “musicali” che stanno finendo di invigliacchire la già poco sanguigna scena italiana, qualche legittimo dubbio sulla bontà del concept Litifiba nell’anno di grazia 2013 possono suscitarlo, no? E invece…

Invece Renzulli e soci, per quanto abbiano senza dubbio perso l’aura mistica e pioneristica dei primi anni Ottanta, e nonostante ad un’età ormai veneranda non si portino più dietro quel fantastico sentore di “cantina” della Firenze underground dell’epoca che li sputò fuori, sono ancora perfettamente in grado di proporre uno spettacolo dal vivo degno di questo nome e all’altezza della loro fama. L’esecuzione musicale delle perle più rappresentative della cosiddetta “Trilogia del potere” (Desaparecido, 17 Re e Tre) è stata davvero coinvolgente. Merito anche, e va detto subito, dell’aver rimesso in pista un attempato ma sempre esuberante Aiazzi alle tastiere, ma, soprattutto, di aver riaffidato il comando della propria sezione ritmica a quella insostituibile colonna del rock tricolore che è Gianni Maroccolo. Quest’uomo, signori, ha il sound (e il “concetto” di sound) nelle dita e non si tratta certo di mera esecuzione di note.

Nei volumi talvolta un po’ sballati del Palatlantico (a proposito: ma è davvero possibile che a nessuno possa venire in mente una buona volta di creare una struttura per la musica dove la stessa si possa sentire un po’ meglio che appena decentemente e dove non si debbano patire temperature sahariane? Che vergogna, nel 2013, in una metropoli come Roma!), la sua presenza è fondamentale a reggere l’intera baracca in termini di potenza e organicità. Non vi è stata traccia in quelle suonate in cui la gagliardia sonora di questo signore a quattro corde non sia risultata determinante ai fini dell’equilibrio esecutivo, permettendo al buon Ghigo di gigioneggiare senza tema lungo il manico della sua chitarra e al buon Piero di avere un tappeto di note soffice e ben cucito sul quale far ballare la sua ugola! A proposito di quest’ultimo… Sul fatto che continui ad essere a livello scenico il miglior prototipo di frontman “convenzionale” che l’Italia abbia mai prodotto, non vi sono dubbi avanzabili. Sa muoversi, sa saltare e far saltare, fa infuocare il pubblico con un campionario di movenze e segni non verbali che, una volta scritti a fuoco nel DNA, non vanno via neanche dopo mezzo secolo. Inoltre, ed è un inciso che si riallaccia alla premessa iniziale non certo in termini di coolness fine a se stessa ma proprio per quel discorso di professionalità di cui si diceva, ha mantenuto uno stato di forma e di “iconografia” degni di un vero e proprio atleta.

Pelù è credibile nella sua mise tutta petto e braccia possenti esattamente come venti o trenta anni fa; come è altrettanto credibile nelle sue pose e balletti da performer consumato, in barba a tutti quei fini dicitori che vorrebbero le rockstar ultracinquantenni come inamovibili “ziggurat da palco”. Ma soprattutto, ed è la cosa che più interessa, conserva inalterato il fascino di una timbrica possente e profonda e la valentia di un’estensione che gli permette di incendiare a suo piacimento i classici che esegue. Sentirlo intonare a pieni polmoni il refrain dell’iniziale Eroi del vento o cullare sulle corde vocali tutto l’erotismo mediterraneo e coinvolgente di Tziganata è una delizia per le orecchie.

Molto meno, purtroppo, è  stato sentirlo discettare più volte nel corso dello show a proposito della fosca situazione politica italiana e dei suoi protagonisti. Non perché uno nella sua posizione non debba necessariamente fare qualche considerazione, anche velenosa, al riguardo, ma, visto che per una volta tra le migliaia di presenti il numero di ultratrentenni (e ultraquarantenni) era sicuramente il più cospicuo, non sarebbe stato male il ricorso ad arringhe un po’ meno stereotipate e giovanilistiche nelle espressioni: se è vero infatti che fin dalle loro origini i Litfiba hanno sempre cercato di affrontare temi sociali di una certa importanza, è anche vero che, un quarto di secolo abbondante dopo, sarebbe stato forse il caso di rinnovare un certo corredo espressivo e metterlo al passo con un impatto musicale che è, invece, sempre molto credibile ed evocativo. Che la sindrome “predicatrice” di Bono Vox abbia irrimediabilmente colpito anche lui? Bah, torniamo alla musica…

Istanbul e Versante est sono esattamente come te le aspetti: sognanti e arabescate, creano quella “cappa” orientaleggiante che ti aspetti, promanando scenari lontani e addomesticando il cervello in pensieri di seta e incenso dai quali non si vorrebbe più fuggire. Apapaia è un crescendo ben orchestrato sugli incisi delicati di Renzulli che esplode nella sua interezza con il coinvolgente tempo dimezzato su charleston e rullante, sul quale il pubblico ruggisce sulle onde di un “mare acido”, prima di abbandonarsi sui pieni ritmici del ritornello («Ehi, rispetta le mie idee!». Ecco, Piero: è questo quello che vogliamo sentirti dire. Sei meravigliosamente credibile così!).

Pierrot e la Luna e Ballata sono la quintessenza del sound assemblato in 17 Re e la loro interpretazione dà una chiara idea sull’ottimo stato di salute live del gruppo fiorentino (Maroccolo sontuoso, manco a dirlo!), mentre Elettrica Danza e Re del Silenzio danno la giusta marcia per arrivare nel cuore del live set di giornata, che probabilmente trova in Gira nel mio cerchio e Cane il suo vertice espressivo. Soprattutto nella prima, Pelù è scatenato e, dopo aver alternato le sue urla possenti sugli effettati fulmini tastieristici scagliati da Aiazzi, chiama il pubblico a fornire il proprio contributo adrenalinico all’atmosfera, lasciandogli intonare a tutta forza i versi “numeristici” che hanno reso celebre la canzone.

 

La seconda parte del set (che è stato comunque un unicum, visto che i Litfiba sono sempre rimasti in scena) ha deliziato i presenti con un poker da brividi composto da Lousiana, Il vento, Santiago e dagli sbalzi dell’immarcescibile Paname, con un Pelù ottimo dominatore della scena, ben sorretto dal motore di Martelli (ottima prova la sua) e Maroccolo e dall’alacre lavoro ritmico e solista di Renzulli sulla sei corde. Molto bello anche il doveroso omaggio a Ringo De Palma in Amigo, in memoria di un musicista che fu determinante nell’amalgama del suono Litfiba e che continua ad essere una perdita, musicale e umana, incolmabile per il rock italiano.

Il compendio della serata è stato affidato, come era facile immaginare, alla robustezza latineggiante di Tex, un vero e proprio inno, che Pelù e i suoi si sono prima curati di riproporre in una versione convinta e tellurica, lasciando il finale alla presentazione della band e ad un ultimo coro indiavolato del pubblico che è sembrato aver gradito molto la scelta della band.

Giusto il tempo di raccogliere in punta di palco l’ultimo, meritato omaggio e i cinque fiorentini si sono ritirati nei camerini, lasciando nei presenti l’impressione di aver assistito a un gran bel concerto e, forse, anche la speranza di una nuova sortita discografica a stretto giro che possa rinverdire i fasti dei capolavori che hanno fatto la loro storia. Con Aiazzi e Moroccolo a irrobustire i ranghi, ovviamente.

Domenico “John P.I.L.” Paris


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