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LA DIREZIONE PD: RESA DEI CONTI, O LA RESA E BASTA

Sintetizziamo: premesse sbagliate, risultati sbagliati. Oppure: politici da poco, politica da nulla. O ancora: funzionari di carriera spacciati per leader, leadership fittizie e ridotte a manfrine per fare carriera.

Si potrebbe andare avanti per un pezzo, con questi abbinamenti. Il cui scopo, come si sarà capito, è quello di sottolineare il rapporto stretto, strettissimo, e alla lunga inderogabile, tra ciò che sopravviene e ciò che lo precede. Un’altra di quelle osservazioni lapalissiane che dovrebbero appartenere a tutti e che invece – sotto il martellamento dei media che ci aggiornano a getto continuo sulla quotidianità, ma che così facendo ci allontanano dalla visione di medio e di lungo periodo – finiscono nel dimenticatoio. Per cui, venendo al Pd e alla sua implosione, ecco che moltissimi cadono dalle nuvole e si sorprendono assai.

Ma guarda: la “fusione fredda” tra la Margherita e i Ds non ha fuso un accidente. L’amalgama dato per acquisito, o almeno per vicino, non è nemmeno cominciato. Le promesse erano altisonanti. Il prodotto era (è) miserevole. Una sfilza di buone intenzioni, o presunte tali, che andavano a mascherare, agli occhi di un elettorato reso onnivoro e accomodante dall’odio per Berlusconi, la vera natura del sodalizio. Un’accozzaglia di interessi, spesso contrastanti e non di rado inconciliabili, che però si incardinavano sul Principio Numero Uno dell’intera partitocrazia nazionale, dalla cosiddetta destra alla cosiddetta sinistra: meglio litigare nella spartizione del potere, che andare d’accordo restando a mani vuote.

Questo ai livelli inferiori, naturalmente. A quelli superiori, invece, gli obiettivi non si esauriscono nei vantaggi personali ma si espandono, e si saldano, alle esigenze di sistema. Proprio come in una qualsiasi impresa (holding) privata, le ambizioni degli individui vengono poste al servizio di uno scopo (mission) che le trascende. I benefici materiali e immateriali ottenuti dai singoli politici sono l’equivalente degli stipendi e dei benefit erogati ai manager: la loro ascesa non attesta affatto il successo delle rispettive idee, ammesso che ne abbiano di originali, bensì la funzionalità rispetto a determinati processi. E a determinati fini.

Ora che il Pd si sta accartocciando sotto il peso delle sue contraddizioni, delle sue ambiguità, delle sue lotte intestine, sarebbe bello poter confidare che questo spettacolo imbarazzante serva almeno ad aprire gli occhi a chi lo ha votato finora. Ma non c’è da farsi troppe illusioni, al riguardo. Quelle magagne ci sono sempre state, e per non vederle bisognava essere parecchio ottusi.

Analogamente, chi guarda alla Direzione di oggi come una resa dei conti interna, in vista di chissà quali chiarimenti che possano preludere a delle vittorie future, farebbe meglio a cambiare completamente prospettiva. Invece di seguire i nuovi sviluppi, che attiveranno altre aspettative su quel che sarà, si dovrebbe fermare a mettere a fuoco le cause persistenti, o permanenti, che hanno condotto alla situazione odierna.

La vera domanda non è come si fa a vincere, ma che significato si attribuisce a quel termine. Vincere per fare cosa? Per assecondare, o frenare, quali spinte? Per introdurre quali innovazioni?

Ciascun elettore del Pd dovrebbe ripartire da qui. E allora, se avesse un po' di intelligenza e di etica, capirebbe facilmente che non si tratta di una “resa dei conti”, ma di una resa e basta. Che non dipende da Bersani e che non potrà essere riscattata da Renzi, o da chiunque altro. La resa del Pd è inscritta nei compromessi, sempre e comunque al ribasso e senza mai arrivare a delle sintesi convincenti e definitive, che ne hanno segnato il percorso. E che sono iniziati ancora prima, assai prima, della fondazione ufficiale.

Il Pd è un pasticcio. Un ginepraio. Un pantano. Un’allucinazione collettiva che solo nell’attuale debacle, forse, può essere finalmente svelata.

Federico Zamboni



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