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Afghanistan. Armi chimiche contro l’istruzione femminile?

Mentre in Siria sono in corso caute indagini sull’impiego di armi chimiche, e c’è il “rischio” che venga fuori che i responsabili sono soltanto i ribelli, emerge la sinistra possibilità che ordigni analoghi siano stati usati in Afghanistan contro un obiettivo culturalmente strategico: una scuola femminile.

A Taluqan, capitale della provincia del Takhar, a circa 250 a nord di Kabul, 74 ragazze si sono sentite male dopo che si era diffusa una puzza di gas nella locale scuola ed è stato necessario il loro ricovero in ospedale, dove alcune versano in condizioni critiche.

Le studentesse sono state sottoposte a prelievi di sangue per individuare le esatte cause dell’avvelenamento, ma ci sono forti indizi che si sia trattato di un deliberato attacco condotto con armi chimiche per colpire l’istruzione femminile che tanto disturba i talebani. La vile efferatezza del gesto non deve stupire: basti ricordare il caso di Malala, la 15enne che nell’ottobre 2012 rimase vittima di una esecuzione, per fortuna fallita, in stile mafioso, solo perché colpevole di sostenere il diritto all’istruzione delle donne.

Non sono certo questi i talebani al cui coraggio si può inneggiare. Qui siamo oltre il confine della viltà, né si possono invocare tiritere sul diritto alla propria cultura: il diritto alla cultura che va riconosciuto è quello delle donne afgane, che non è sostenuto dall’estero, ma dalla loro stessa volontà. Nessuna sunna del Corano può giustificare l’impiego di armi di distruzione di massa come i gas contro delle ragazzine, la cui sola colpa è voler imparare a leggere e scrivere, ma l’essere istruiti, si sa, è il primo mattone su cui si fonda quella capacità critica che tutti gli integralisti temono e questo i Talebani lo sanno bene ed agiscono di coraggiosa conseguenza.

Nessuna rivendicazione è ancora giunta per l’eroico gesto ed è anche possibile noi siano stati i talebani in senso stretto, perché sono molte le frange ultraislamiste della società afgana che si oppongono all’istruzione femminile, che una volta sedimentata potrebbe minare il loro preteso machismo. Che non è certo espressione di virilità, visto che temono di non riuscire più ad imporsi sulle loro connazionali se queste diventeranno colte.

La gravità dell’evento, che pochissime fonti di informazione hanno riportato, sta anche nel fatto che non è per nulla isolato. Esso giunge, infatti, pochi giorni dopo un analogo caso che ha colpito 11 ragazze a Talugan, mentre sempre nel Takhar vi furono già quattro casi di avvelenamenti nelle scuole femminili fra maggio e giugno del 2012. Tutti casi rimasti insoluti, ma le coincidenze sono troppe per non poter legittimamente pensare ad un eroico attacco coordinato contro l’istruzione femminile da parte del fondamentalismo islamico più fanatico.

Ferdinando Menconi


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