Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Corea del Nord: incubo nucleare e missile industriale

Una luce è giunta sulle sparate dell’ultimo rampollo del comunismo dinastico di Pyongyang, che risultavano difficilmente interpretabili. Problemi da affidare più a uno psicanalista che ad un analista geopolitico: roba da erede viziato e vissuto fuori dal mondo che vuole riaffermare il suo carattere con l’aggressività tipica di chi non ne ha.

Lo spiraglio di motivazioni razionali, se può esservi del razionale nel minacciare un olocausto nucleare, può, finalmente, arrivare dal primo “missile” sparato dal regime nordcoreano, che non è nucleare, bensì “industriale”: Pyongyang ha interdetto l’accesso al complesso di Kaesong, zona industriale comune operativa dal 2004.

Da questo gesto si può legittimamente sospettare che la politica di comune prosperità fra le due Coree sia andata a vantaggio di una sola. O al regime di una sola, forse è meglio dire, visto che le condizioni operaie non sono affatto buone in nessuno dei due regimi: se quello del Nord è una tirannia in piena regola, quello del Sud è solo formalmente una democrazia.

La produzione a basso costo fondata sullo sfruttamento operaio è il tema dominante dell’economia asiatica ed è stato di modello all’ondata di delocalizzazione dai paesi dove andava smantellata la tutela del lavoro. Il rischio di chiusura del complesso industriale sembra, quindi, preoccupare Seul più dell’atomica e potrebbe innescare reazioni militari più delle dichiarazioni di Kim “III” di Corea. Il ministro per l’Unificazione, di due paesi in guerra, Kim Hyung-suk ha, infatti, detto: «La decisione della Corea del Nord di vietare l’ingresso al complesso di Kaesong ai sudcoreani mette in serio pericolo la produttività dell’area industriale. La condizione essenziale per incentivare gli investimenti nel Nord è la fiducia reciproca con la Corea del Sud e la società internazionale».

Più del terrore atomico sembra seminare panico quello da perdita di profitto e, quindi, media ed agenzie mainstream si affrettano a riportare le preoccupate dichiarazioni dei dipendenti del complesso industriale, come per far diventare i lavoratori le vittime del perfido Kim “III” e non i loro padroni: «È molto grave. Data la situazione attuale, tra due o tre giorni le produzioni potrebbero fermarsi e rischiamo di non rispettare le consegne». Il rischio nucleare passa in secondo piano comparato al mancato rispetto delle consegne, ed è per questo che «siamo nervosi: Abbiamo tutti paura perché non vediamo il nostro futuro». Ed anche qui, come si vede, si gettano più ombre sul futuro i termini contrattuali che le radiazioni nucleari.

Solo dopo questo inqualificabile gesto contro l’economia dello sfruttamento globale è arrivata contro Pyongyang la condanna dello storico alleato cinese: non si può minare il sistema industriale asiatico. Queste sono le bombe imperdonabili, altro che scaricare megatoni. Sia chiaro che Kim “III” non è un paladino dei lavoratori, nonostante sia il monarca del Partito del Lavoro di Corea: il suo è comunismo dinastico, neppure di mercato come quello cinese. La condizione del suddito nordcoreano è pessima e il paese ha conosciuto più fame che sviluppo. Resta, però, il fatto che l’azione di Kaesong destabilizza le logiche economiche e finanziarie dell’area più delle minacce nucleari e questa può essere la chiave di lettura che mancava per l’interpretazione della crisi.

Siamo sull’orlo della guerra, basta un minimo errore umano per scatenare una guerra atomica, probabilmente regionale, ma pur sempre atomica, eppure una soluzione sembra essere possibile, ma più che diplomatica dovrà probabilmente essere una transazione finanziaria. Tuttavia né Seul né Washington sembrano intenzionate a cercarla: le perdite umane sono marginali a fronte di perdite di profitto. Questo vale anche per le oligarchie di Pyongyang, però: l’avidità non è un’esclusiva dei grandi boss della finanza, anche i tirannelli, specie se assurti al potere per il solo merito di essere figli di, sono colpiti da questo virus.

Qualora questa chiave interpretativa fosse corretta, Kim “III” avrebbe potuto gestire i suoi interessi in maniera ben diversa e molto più efficace, invece ha dovuto mostrare i muscoli come un bulletto arrogante, in stile rampollo di caste finanziarie più che dinastiche, quasi dovesse dimostrare qualcosa a se stesso e alla sua corte, anziché perseguire gli interessi del paese. La psicanalisi resta utile strumento per comprendere le dinamiche di questa crisi, ma non è più l’unico: il movente economico si è finalmente rivelato. 

Ferdinando Menconi

I nostri Editori

La Bce lascia i tassi invariati

FMI e Egitto: si torna a trattare per risolvere la crisi economica