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Caso Aldrovandi: il piagnisteo dei colpevoli

Non ricostruiremo la vicenda in sé: del tragico caso di Federico Aldrovandi, morto il 25 settembre 2005 a causa delle violenze subite da parte di quattro agenti di polizia, se n’è parlato/discusso talmente tanto che è lecito dare per scontato che anche i più disattenti lo conoscano, almeno per sommi capi.

Quello di cui ci occuperemo è solo l’atteggiamento che si ostinano a tenere due dei poliziotti condannati, nonché alcuni loro incauti difensori tra i quali spicca, per il suo ruolo di parlamentare di lungo corso, Carlo Giovanardi (ex Dc, Ccd, Udc e poi, dal 2008, PdL). Il filo conduttore, delle relative dichiarazioni, si può riassumere in una parola: minimizzare. Trincerandosi in maniera assai discutibile dietro il fatto che la condanna a 3 anni e 6 mesi è stata irrogata per “eccesso colposo in omicidio colposo”, sia i diretti interessati, Paolo Forlani e Luca Pollastri, sia chi ne prende le parti, cercano di far passare l’idea che la “colpa” riduca al minimo la loro responsabilità. Che, per quanto inoppugnabile in sede penale visto che la sentenza è passata in giudicato dopo la conferma della Cassazione, sarebbe pressoché inesistente sul piano etico.

Dicono Forlani e Pollastri: «Siamo uomini dello Stato. Accettiamo le decisioni prese, le sentenze. Ma vorremmo che la legge venisse applicata anche per le garanzie che dà. Pensavamo che venissero applicate le misure alternative e invece ci troviamo qua dentro, per un reato colposo. Non comprendiamo perché. Non meritiamo il carcere». Giovanardi va persino oltre, lanciandosi in improbabili paragoni: «Omicidio colposo significa che non c’è dolo. È imprudenza. Se uno in macchina fa omicidio colposo non lo cacciano dal posto di lavoro. Anche in un incidente stradale muoiono delle persone, anche il medico può essere condannato per imperizia. Aldrovandi è una vittima ma per certi aspetti sono vittime anche i poliziotti, quelli che facendo il loro mestiere, magari male, si sono presi una condanna...».

Eppure, come dovrebbe essere evidente, c’è colpa e colpa. E una prima, decisiva discriminante, è nella durata – nella persistenza – della condotta che dà luogo al reato. Un conto è commettere lo sbaglio di un istante, come avviene di regola negli incidenti stradali (nel cui ambito, peraltro, c’è una cospicua differenza, a parità di conseguenze, tra chi sbanda in maniera del tutto involontaria e chi ignora consapevolmente uno stop o un semaforo rosso), e ben altro è reiterare una serie di comportamenti ingiustificati. Anzi, illegali.

Nell’omicidio di Federico Aldrovandi, infatti, non si deve dimenticare neppure per un attimo tanto la qualifica professionale dei responsabili, che in quanto agenti di polizia erano tenuti a rimanere lucidi, quanto il fatto che i loro abusi non si sono esauriti in una singola reazione eccessiva ai danni della vittima, ma si sono protratti per parecchi minuti. E anche dopo, o magari soprattutto dopo, la loro unica preoccupazione è stata quella di tutelare se stessi, fornendo resoconti più o meno infedeli ma sempre auto assolutori.

L’omicidio “colposo”, quindi, non appare più solo un episodio fortuito, benché sciagurato, ma si profila piuttosto come l’apice di un’attitudine generale e inaccettabile, che potrebbe anche non esplodere più in maniera così grave ma che li rende, e li rendeva già allora, intrinsecamente inadatti a svolgere le funzioni di tutori dell’ordine. Per dirla con le parole del giudice di Bologna che ha rigettato la loro richiesta di passare dalla detenzione in carcere agli arresti domiciliari, «non hanno ancora compreso la gravità delle loro azioni».

Probabile che non la comprendano mai, a giudicare da come è andata sin qui. Ma un po’ di tempo in cella, anziché a casa loro, è l’unica possibilità che rimane per sperare in un minimo di ripensamento. E tante grazie all’indulto che ha ridotto quel tempo a soli sei mesi, cancellando d’un colpo gli altri tre anni della pena.

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