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Tutela ambientale: i "poveri" danno l’esempio

Sembrerebbe una decisione cruciale: i paesi più poveri del mondo si sono dichiarati pronti a impegnarsi a tagliare in modo deciso le loro emissioni di gas serra. Si tratta di quegli stati che erano conosciuti come “Paesi in via di sviluppo”, e che ora sono riuniti presso l’ONU in un forte gruppo, costituito da 49 membri, chiamato “Least Developed Countries” (paesi a sviluppo ridotto). Questi, finora, si erano impuntati sul fatto, di per sé incontrovertibile, che la responsabilità primaria di frenare il cambiamento climatico con il taglio delle emissioni di gas climalteranti ricadesse sui paesi più ricchi e industrializzati. Quelli che, da soli, emettono in atmosfera la maggior parte di anidride carbonica. Ora però la tattica dei LDC sembra cambiata.

E di fatto la loro mossa può velocizzare i negoziati presso le Nazioni Unite, da tempo rallentate fino quasi al congelamento, riguardanti il cambiamento climatico. Negoziati che per anni hanno cercato, senza successo, di determinare un punto d’incontro tra i vari paesi su iniziative congiunte volte a tagliare i gas serra, ed evitare così che il fenomeno del riscaldamento globale prendesse la via rovinosa dell’irreversibilità. La decisione dei paesi più poveri, in questo contesto può risultare decisiva, per vari motivi.

Anzitutto, a livello numerico i LDC sono il blocco più significativo nell’ambito dei negoziati ONU: i 49 stati che ne fanno parte raccolgono in sé, da soli, il 12% dell’intera popolazione mondiale. Ma soprattutto, ora che da parte loro si è affermata una disponibilità ai tagli delle emissioni, i paesi ricchi sono con le spalle al muro. Se un accordo si può trovare, ora dipende tutto dalla loro buona fede e dal loro impegno. Assumendo sulle proprie spalle, già gravate dalla povertà, il comportamento esemplare, i paesi più poveri lasciano quelli più ricchi senza alibi.

E c’è quasi un po’ di perfidia nel capo negoziatore per conto dei LDC nel dire che il suo gruppo ora ha un nuovo mantra: «non attendiamo più che altri prendano l’iniziativa. Ora seguiteci». Un’esortazione che sa più che altro di sfida. Una sfida ben strutturata visto che la decisione di intraprendere tagli decisi alle emissioni di biossido di carbonio è stata assunta unanimemente da tutti e 49 i paesi coinvolti nel gruppo. A buon peso ha aggiunto: «siamo pronti ad essere i primi a contribuire al taglio globale dei gas serra, anche se siamo i meno responsabili per l’aumento incontrollato di quel tipo di emissioni».

Il riferimento è alle NAMA, le National Appropriate Mitigation Actions, ovvero le iniziative che ogni paese dovrebbe impegnarsi ad assumere per ridurre le emissioni, misurate essenzialmente su criteri di equità. Ovvero: chi più inquina dovrà, o dovrebbe, tagliare di più, proporzionalmente al contributo negativo che ha dato finora al peggioramento del cambiamento climatico. Con il primo passo dei paesi più poveri, sarà difficile per i paesi più sviluppati opporsi, a livello diplomatico, ai negoziati che fanno capo alle NAMA. Il che porta probabilmente al motivo più profondo alla base della scelta dei LDC: tra le altre cose, esse impongono ai paesi più sviluppati di sostenere economicamente i paesi meno sviluppati nelle azioni di riduzione delle emissioni inquinanti.

Quale che sia il movente, la decisione dei paesi più poveri sblocca una situazione paralizzata da anni attorno alla domanda: chi deve fare il primo passo? Con una notevole faccia di legno, da sempre i paesi più industrializzati subordinavano il loro impegno a iniziative decise prese dai paesi più poveri. Dall’alto versante, i paesi più poveri non vedevano il motivo di assumere impegni su un problema che non avevano creato. Soprattutto in virtù di questo empasse gli USA o l’Australia si sono sempre sottratti a misure di contenimento dei gas serra condivise a livello internazionale.

Non solo. Buona parte delle loro ampie risorse, utilmente utilizzabili sia per ridurre le proprie emissioni che per dare una mano ai paesi meno sviluppati a seguire la stessa strada, sono finite in campagne di marketing volte a negare la stessa esistenza del riscaldamento globale. Spesso con il supporto di scienziati più o meno credibili, ma sicuramente in vendita, che hanno trovato una ribalta mediatica inversamente proporzionale all’attenzione che i loro studi (quand’anche ne avessero pubblicati) negazionisti suscitavano nella comunità scientifica, quella seria.

La stessa che ha le idee molto chiare sul fenomeno: l’iniziativa dei paesi più poveri è rilevante solo sotto i profilo diplomatico. A livello ambientale è pressoché irrilevante. L’obiettivo è fermare il riscaldamento globale, ormai galoppante, ben al di sotto dei 2 gradi centigradi. Una specie di spartiacque tra una quasi normalità e sostenibilità, e il disastro totale. Quell’obiettivo, da sempre, è alla portata solo se ad agire saranno i maggiori paesi produttori di gas serra. Ovvero quelli più industrializzati e ricchi. Che ora non hanno più scuse.

Davide Stasi

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