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Marco Tarchi sulla situazione politica italiana in stallo

L'intervista è apparsa sul Corriere della Sera nell'edizione di Firenze il 5 aprile.

Matteo Renzi ha riaperto la campagna elettorale, anche se Bersani e i suoi pensano che sia ancora il segretario l’unico titolato a fare il premier. I tempi del sindaco sono giusti o ha mosso guerra troppo presto?

Mi pare che sia stato tempestivo. Bersani è in mezzo al guado e non sa come uscirne, e nemmeno Napolitano pare in grado di dargli una mano. In politica non si fanno sconti: l’avversario va colpito quando è in difficoltà. Immagino che molte anime belle si scandalizzeranno di un commento così crudo, ma l’analisi scientifica non deve fare concessioni alla retorica ed è obbligata a considerare le cose con realismo. Chi coltiva l’ambizione di governare l’Italia non può permettersi di perdere occasioni che potrebbero non ripresentarsi.

 

Secondo lei stavolta Renzi potrebbe contare su un appoggio diverso da parte del Pd?

Credo di sì, anche se la levata di scudi di Fassina, Moretti & Co. potrebbe far pensare il contrario. La classe dirigente bersaniana innalzerà barricate, ma una parte dei quadri intermedi di provenienza o di simpatia (pi)diessina si troveranno dinanzi a un bivio: perdere, e questa volta senza sfumature, le probabili prossime elezioni, tenendo però alto lo stendardo di quel che resta dei principi di un tempo, o cercare di vincerle grazie ad un candidato che su molti temi non la pensa come loro ma appartiene pur sempre alla “ditta”. Sono entrambe opzioni lecite, ma già ai tempi del Pci le ragioni della prassi hanno spesso prevalso sulle prescrizioni ideologiche.

 

Ma se il Pd dovesse di nuovo fermare la corsa del sindaco alla premiership, è fondata l’idea che questa volta lui potrebbe uscire dal Pd per creare una sua lista?

Dipenderà dall’assetto delle squadre concorrenti. Che ne sarà della poco fortunata lista di Monti? E di taluni ministri del suo governo? Il Pdl continuerà ad essere un’informe babele di lingue e balbettii federata solo dalla persona di Berlusconi? Il Movimento di Grillo sopravvivrà all’assalto di cui è oggetto da parte dell’apparato culturale e massmediale egemonizzato dai simpatizzanti del Pd, nonché all’eterogeneità dei suoi improvvisati parlamentari? Credo che Renzi valuterà questi ed altri fattori prima di decidere un’eventuale cavalcata solitaria (si fa per dire, perché ad affiancarlo ci sarebbero ampi spezzoni dei cosiddetti poteri forti).

 

Bersani ha commesso degli errori? Si è fatto “umiliare” da Grillo, come dice Renzi?

Ha commesso soprattutto l’errore di cedere all’orgoglio, quando i numeri parlamentari gli consigliavano il beau geste di cedere l’onore e l’onere del tentativo a una personalità non formalmente incasellata nel suo partito. Con Grillo sta giocando una partita allo sfascio con la retorica ricattatoria della “responsabilità”, ma non è detto che a rompersi sarà solo una delle due parti. Il cozzo lascerà ampie crepe bilaterali.

 

Ha senso tornare al voto con questa legge elettorale? Non si dovrebbe prima cambiarla?

Certo che si dovrebbe cambiarla. Il 55% dei seggi ottenuto con meno del 30% dei voti è una truffa. Ma se non si è riusciti nemmeno a ridurre il premio di maggioranza, figuriamoci se sarà facile eliminarlo del tutto. E quanto al doppio turno, Pd e Pdl ormai conoscono l’effetto-Parma, ovvero il voto incrociato di molti elettori contro l’avversario più detestato, che rischierebbe di regalare ai grillini, ovunque riuscissero a superare il primo turno, il successo garantito. Con la conseguenza che il M5S, persino se calasse di due o tre punti, guadagnerebbe una cospicua maggioranza di seggi alla Camera e al Senato. Il dato di fondo su cui molti miei colleghi politologi glissano, perché si sforzano più di tirare la volata al partito per cui simpatizzano che a tenere seriamente in conto gli effetti sul sistema politico, è che se si fosse votato con la tanto aborrita legge proporzionale “da prima Repubblica”, l’evidente equilibrio tripolare e il relativo peso dei partiti minori (che avrebbero peraltro subito meno il ricatto del voto “utile” o strategico) avrebbero reso meno arduo un accordo ampio per un governo di coalizione. Che, certo, non avrebbe potuto sperare di durare a lungo, ma almeno non avrebbe dovuto fare i conti con le pretese di chi, con i numeri roboanti garantiti alla Camera dal superpremio, vuole tentarle tutte prima di rassegnarsi ad una non-belligeranza con gli avversari abituali. 

 

Lei è favorevole all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti?

Se dicessi di no, smentirei le due firme che ho a suo tempo apposto alle proposte referendarie radicali in argomento e ai voti che ho espresso in conseguenza. Erano altri tempi, d’accordo, e si poteva pensare che i partiti potessero e dovessero finanziarsi soprattutto grazie alla capacità di mobilitazione della loro base di iscritti e simpatizzanti, mentre oggi in molti da quel pozzo attingerebbero solo sabbia. Tuttavia, visto l’uso quasi sempre sconsiderato, e non raramente illecito, che da decenni viene fatto – da molti, se non da tutti – dei fondi pubblici, resto dell’idea che un azzeramento sarebbe un salutare incentivo al rinnovamento del modo di fare politica in auge in questo paese. Prima di tutto perché scoraggerebbe il professionismo di chi dice di volersi impegnare per il bene pubblico ma mira a perseguire obiettivi di carriera – economici e non solo di prestigio – strettamente privati.  

 

Quirinale: ogni giorno spuntano nomi nuovi per il Colle. I tempi sono maturi per una donna (per esempio Emma Bonino)? Che ne pensa degli altri potenziali candidati, da Amato a Prodi?

Non penso che esista, in questo campo, una questione di sessi (o, per parlare in modo “politicamente corretto”, di genere). C’è però un nodo politico cruciale, che non sarà facile sciogliere. Non azzardo previsioni.

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