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Ius soli: nella Ue ce n’è ben poco

Lo "ius soli"? Non è roba da europei. Sostanzialmente solo le terre di conquista, gli Stati nati dall'immigrazione di gente di provenienza differente, lo contemplano nella sua forma "pura", ossia senza eccezioni: tutti i figli di cittadini stranieri nati su suolo nazionale acquisiscono immediatamente la cittadinanza dello Stato di nascita. Si tratta di Stati Uniti d'America, Canada, tutti gli Stati del Sud America e, eccezione che conferma la "regola", seppure uno Stato popolosissimo e un misto di etnie che nulla ha da invidiare a quello del continente americano, il Pakistan. 

L'Europa, al contrario, fatta di popolazioni più residenziali e con una minore disomogeneità etnica, culturale e storica, prevede pure in alcune situazioni lo "ius soli" ma mai, proprio mai, in maniera automatica e incondizionata. Quello che nel continente europeo va per la maggiore, proprio perché la maggioranza dei cittadini acquisisce così la sua cittadinanza, è lo "ius sanguinis": i figli acquisiscono alla nascita la cittadinanza del genitore. 

Lo "ius soli" dunque esiste in Europa - con l'eccezione di Cipro, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Svezia - con alcune importanti e stringenti limitazioni.

Ecco qualche esempio. In Francia se un figlio di stranieri nato su suolo nazionale vuole diventare francese bisogna ne faccia richiesta dopo aver vissuto stabilmente in Francia per 5 anni, dopo averne compiuti 11, e solo al compimento della maggiore età. Il riconoscimento automatico avviene solo se, in più, i genitori sono anche loro sono nati in Francia.

In Spagna pure si può diventare cittadini per lo "ius soli" senza avere genitori spagnoli, ma solo se almeno uno dei genitori è nato a sua volta in Spagna.
In Belgio l'acquisizione della cittadinanza è automatica per chi nasce su suolo belga ma solo al compimento del 18esimo compleanno oppure del 12esimo se i genitori sono residenti in Belgio da almeno 10 anni.

In Germania il figlio di stranieri diventa tedesco se uno dei due genitori ha da almeno tre anni un permesso di soggiorno permanente e la residenza da otto.
Al momento anche in Italia il figlio di stranieri nato su suolo nazionale deve far richiesta di cittadinanza italiana, se la vuole, al compimento del 18esimo anno ma a condizione di aver risieduto in Italia, con un’interruzione massima di soli sei mesi. Nel Bel Paese lo "ius soli" è limitato a un paio di casi: se i genitori del bimbo nato, o trovato, in Italia sono ignoti o apolidi, ossia senza alcuna cittadinanza.

Lo "ius soli" nel nostro Paese dunque esiste, e dà la possibilità di accedere alla cittadinanza a chi abbia, in sostanza, un permesso di soggiorno per 18 anni continuativi. Si tratta di figli di immigrati che lavorano regolarmente nel nostro Paese e che restano in Italia almeno fino alla maggiore età del figlio. Questo significa che se per più di sei mesi nell'arco di questo periodo i genitori perdono il permesso di soggiorno oppure tornano in patria o, ancora, emigrano in cerca di fortuna in un altro Stato, loro figlio perde il diritto di diventare italiano al diciottesimo compleanno. Sostanzialmente vengono considerati persone di passaggio, che non hanno effettivamente deciso di stabilirsi in Italia. Le cose cambiano se parliamo di europei: questi acquisiscono la cittadinanza dopo soli 4 anni di residenza (ius domicilii) - esattamente come gli italiani che dovessero andare a vivere in un altro Paese europeo - contro i 10 di tutti gli altri e da quel momento in poi la loro prole sarà italiana.

Che tali norme siano troppo o troppo poco restrittive bisognerebbe capirlo tramite non una semplice considerazione di "giustizia morale" o "sensibilità personale" bensì una analisi attenta delle motivazioni sociali e delle ripercussioni giuridiche che il cambiamento di una legge del genere porterebbe in Italia. Fermo restando che in tutta Europa lo "ius soli" è limitato a poche e particolari situazioni, forse una riflessione nei confronti dell'integrazione e della concessione della cittadinanza andrebbe fatta, visti i cambiamenti che la nostra società ha subito negli ultimi decenni. L'immigrazione, clandestina e regolare, è aumentata in maniera esponenziale facendo sì che in Italia vi sia ormai circa il 7,5% di stranieri sul totale della popolazione residente. La maggioranza di questa è fatta di romeni. Si tratta degli europei di serie "B", fuori dall'area Schengen in cui vige la libera circolazione delle persone. Il no alla Romania, e alla Bulgaria, è stato imposto dagli altri Paesi Europei, prima fra tutti la Germania, con un semplice rinvio della decisione in proposito, per paura che un sì spianasse la strada a una specie di invasione di nomadi.

Un episodio che la dice lunga sulla reale volontà dell'Europa di "aprire" le frontiere agli stessi europei, figuriamoci a tutti gli altri. La libera circolazione, residenza e facilità di acquisizione di cittadinanza tramite lo ius domicilii è contemplata per quegli Stati meno "pericolosi", dove l'emigrazione c'è ma non ha numeri importanti, lo Stato è più o meno solido e l'economia, seppure in crisi, ancora non è causa di un vero e proprio esodo - almeno per ora. Basti pensare che è stato esteso ai Paesi Scandinavi.

Detto questo, lo "ius soli", puro e semplice, continua a non essere cosa nostra. E che se ne parli solo perché una delle personalità al governo è originaria del Congo rappresenta forse il segnale della mancanza di interesse, maturità e consapevolezza, del popolo italiano per un argomento del genere, che si sia favorevoli o no. Essere cittadini significa aver diritto, tra l'altro, alla previdenza e all'assistenza, o meglio a quel poco che ne rimane. Significa votare alle politiche, se ancora se ne ha voglia, e soprattutto pagare le tasse, la cui pressione è ormai esorbitante. E significa, ancora, circolare liberamente sia in Italia che in Europa.

In ogni caso un'apertura, che restringa i tempi per lo "ius soli" o ne faciliti le pratiche per chi nasce in Italia da stranieri, andrebbe a incidere sempre di più sulla composizione etnica della cittadinanza. Non c'è nulla di razzista in una affermazione di questo genere: è un dato di fatto. Bisogna capire solo se noi, la nostra cultura, la nostra società e la nostra economia siamo pronti a una cosa del genere. Insomma: se la vogliamo davvero come popolo, al di là delle accelerazioni politically correct di un governo come quello attuale, che cerca di farsi bello coi diritti civili o l’umanitarismo spinto per mascherare la brutalità, e le iniquità, del suo disegno politico ed economico.

Sara Santolini

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