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Siria: si parla di trattative e arrivano le autobomba

Il tempismo della strage avvenuta sabato a Reyhanli, sul confine turco-siriano, è tale che non è possibile pensare ad una mera coincidenza: è la risposta dei falchi all’accordo russo-statunitense per una soluzione negoziale della crisi siriana.

Non appena si è aperto un serio spiraglio alla soluzione pacifica, allontanando la possibilità di invasione straniera della Siria, sono arrivate puntuali un paio di autobomba, condite dalle rituali condanne pregiudiziali verso i regime di Assad, a minare le trattative. Nonostante non vi sia il minimo straccio di prova, infatti, Erdogan si è precipitato ad incolpare il dittatore di Damasco invocando un intervento della comunità internazionale.

I turchi arrivano addirittura a scomodare lo spettro del comunismo per poter incriminare la Siria dei 46 morti e oltre 100 feriti dell’attentato: secondo il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu «dietro agli attacchi ci sarebbero terroristi di un’organizzazione marxista legata al regime di Bashar al-Assad», affermazione che rende credibile la risposta siriana, che nega ogni coinvolgimento e accusa la Turchia di «fabbricare prove» per far fallire gli sforzi diplomatici di Stati Uniti e Russia.

In effetti, gli accordi di massima Kerry-Lavrov spiazzano coloro che attraverso un intervento armato speravano di espandere la propria influenza sull’area, nella fattispecie Ankara e Riad, e di sostituire il regime di Assad senza passare per un processo democratico, come i ribelli: niente di meglio quindi di una ennesima aggressione siriana, anche se condotta da gruppi non direttamente riferibili al dittatore.

Nessun attacco aereo né colpi di mortaio vaganti stavolta, e dire che, quelli sì, avrebbero potuto far mettere sotto accusa la Siria, ma un paio di autobomba che hanno, però, mietuto un numero di vittime sufficientemente elevato per sollecitare l’Occidente. Visti gli sviluppi della situazione, Assad non ha, tuttavia, alcun interesse «a gettare benzina sul fuoco» o a tenere un «atteggiamento aggressivo» verso i vicini, come lo accusa Davutoğlu: chi ha interesse a farlo sono piuttosto i ribelli, che vedono allontanarsi la possibilità di sostituirsi ad Assad manu militari, perché non è tanto la caduta del dittatore che interessa loro, quanto il poter imporre il loro di regime sul popolo siriano senza consultarlo, evento che una conferenza internazionale metterebbe in discussione.

Nel frattempo le indagini lampo turche hanno portato all’arresto di nove persone e, secondo il ministro dell’interno turco, Muammer Guler, «senza alcun dubbio gli attacchi sono stati portati a termine da un gruppo il cui nome e le attività ci sono noti e che ha collegamenti diretti con l’agenzia di intelligence siriana Mukhabarat». Sembra di sentire Obama quando afferma, con le stesse inossidabili certezze, di sapere dell’uso di armi chimiche, senza però portare prove a supporto. Come con le armi chimiche, comunque, tutte le strade sembrano piuttosto portare ai ribelli, ipotesi che se confermate sarebbero disastrose per gli insorti e i loro “amici”.

Omran Zubi, ministro dell’Informazione sirano, ha avuto quindi buon gioco nel replicare che «Il governo turco è responsabile di tutto quello che è successo in Siria, oltre agli altri, naturalmente, ed è responsabile di quanto è successo ieri. Chiediamo quindi le dimissioni di Recep Tayyip Erdogan in quanto è un assassino e un massacratore». Le dimissioni del premier sono, sì, una indebita ingerenza negli affari interni turchi, ma giustificata dal fatto che richieste identiche, ma rivolte ad Assad, erano state mosse dal governo di Ankara.

Intanto a Reyhanli è caccia ai siriani: la popolazione locale ha attaccato i profughi fuggiti dalla guerra civile, senza distinguere fra innocenti e colpevoli, a causa, anche,  dell’emozione provocata dalla sequenza interminabile dei funerali delle vittime. L’ira turca non è però indirizzata verso i soli profughi, fra i quali molti sono, va detto, i combattenti dell’esercito libero siriano, che ha le sue basi nella compiacente Turchia, ma anche contro il governo di Ankara, per criticare la gestione della crisi siriana e dell’emergenza rifugiati.

Evidentemente vivere vicino alla realtà dei fatti, senza subire la mistificazione dei media embedded, permette di giudicare meglio su chi addossare le responsabilità delle stragi.

Ferdinando Menconi

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