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Boldrini in carcere: a domanda NON risponde

L’articolo è uscito su Repubblica (qui) e alla fine la parte più interessante è il titolo: «Boldrini tra i giovani detenuti di Nisida: “Presidente, come possiamo aver fiducia?».

Bella domanda, davvero. La presidente della Camera si arrampica sugli specchi, pur di non rispondere con la stessa chiarezza. Conchita Sannino, la redattrice che firma il pezzo, si guarda bene dal sottolinearlo, limitandosi a un riassuntivo «Ma poi diventa un match l'incontro diretto tra la Boldrini e i ragazzi. Piovono domande sulla politica degli scandali, sulle condizioni delle carceri, sulla violenza che colpisce le donne. E sulle stesse "colpe" dei cittadini-elettori». Il prosieguo è altrettanto tiepido. Quattro quinti di neutralità, per esaurire gli obblighi del dovere di cronaca e dell’informazione cosiddetta obiettiva, e un quinto di malcelata simpatia/ossequio verso l’ospite illustre. Con l’aggiunta, perché Repubblica è sempre Repubblica, di una spruzzatina acida nei confronti dell’arcinemico degli ultimi vent’anni. Uno dei ragazzi parte aggressivo e però, illuminato dalla replica di una Boldrini che contrattacca amichevolmente e tuttavia «senza cercare consenso», cambia atteggiamento prestandosi, a sua insaputa, all’aneddoto edificante: «Marco alla fine si scioglie: “Mo' ve lo dico, che peccato che non siete venuta prima.. Io avevo votato Berlusconi.. E se vi sentivo prima, non lo votavo più”». 

Malvezzi giornalistici a parte, torniamo alla questione autentica. La domanda del giovane carcerato che guarda al suo futuro, e a quello di chissà quanti altri come lui, e che va dritto al punto. Esprimendo tutti i suoi dubbi su quello che lo attende dopo che sarà uscito di prigione.

Ammettiamo pure che abbia deciso di rigare dritto e di darsi da fare onestamente. Che cosa deve aspettarsi? Che tipo di opportunità? Che razza di esistenza? La risposta schietta, per come si sta orientando la società italiana, è lapidaria: niente di buono. Innanzitutto delle enormi difficoltà a trovare un lavoro, specie se con un minimo di stabilità e pagato decentemente. Subito dopo (subito accanto), un quadro socioeconomico che è destinato ad assomigliare sempre di più a quello statunitense, di cui peraltro stiamo assorbendo solo i molti aspetti negativi e nessuno dei pochi, o pochissimi, positivi. Linee guida: una competizione brutale all’insegna del massimo profitto e un welfare che progressivamente cessa di essere concepito come un diritto e si riduce a iniziative, forse auspicabili ma non obbligatorie, di pubblica carità.  

Scenari, e preoccupazioni, che dunque non riguardano soltanto chi oggi è in cella e ne uscirà in un futuro non troppo lontano, ma la generalità dei cittadini, a cominciare dai giovani, che non possono contare su situazioni di privilegio. L’avvenire che si prospetta, e che ha l’imprinting della crisi in corso, è una dura lotta per la sopravvivenza. Rispetto alla quale il crimine a scopo di arricchimento personale è una tentazione che esce sicuramente rafforzata.

Ai giovani detenuti che chiedono quali siano i motivi per avere fiducia in un loro reinserimento non si può offrire proprio nulla di rassicurante, a meno di raccontare fandonie e prenderli in giro. L’unico incentivo a non delinquere più, quindi, diventa la minaccia di condanne ancora più dure. Magari in attesa di arrivare, anche qui da noi, al principio penale che venne introdotto negli USA intorno alla metà degli anni Novanta e che è applicato in 24 Stati, tra cui spicca in senso negativo la California. Il principio racchiuso nell’inquietante formula, derivata dal baseball, che recita “three strikes and you’re out”: al terzo reato, anche di poco conto, puoi beccarti l’ergastolo.

Quando finiscono le buone ragioni a favore dell’onestà, restano solo i deterrenti imperniati sulla paura delle sanzioni. Ammesso che funzionino, poi.

Federico Zamboni

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