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L’ONU condanna Assad

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con 107 voti a favore, 12 contrari, tra cui Russia e Cina, e 59 astenuti ha approvato una risoluzione che condanna il governo siriano per l’uso indiscriminato di armi pesanti, il massacro di civili e la violazione dei diritti umani.

La risoluzione è ineccepibile, perché, anche quando si vogliono stigmatizzare i tentativi di ingerenze esterne nella crisi siriana e le infiltrazioni di terrorismo fondamentalista, non si può, né si deve, dimenticare che il regime di Assad è stato ed è una delle dittature più sanguinarie dello scacchiere mediorientale.

La precisazione Russa - «questa risoluzione, come le altre due adottate nel 2012, fanno ricadere l’intera responsabilità del tragico sviluppo degli eventi solo sul governo siriano» - con cui viene giustificato il voto contrario, è solo parzialmente condivisibile, perché se è vero che Assad non è stato il solo a commettere i crimini imputatigli, è pur vero che non si è mai tirato indietro quando si è trattato di massacrare la sua gente. 

È indubbio che la crisi è stata strumentalizzata e gestita per estendere le influenze geopolitiche di stati esteri, ma è anche innegabile che un diverso atteggiamento del dittatore avrebbe potuto evitare il bagno di sangue, come l’esempio yemenita insegna. Se allo stato attuale i nemici di Assad non sono migliori di lui, questa è una situazione che non era tale all’inizio della sollevazione.

Il principale rischio di questa risoluzione è che venga usata per boicottare strumentalmente il piano di Mosca e Washington per una conferenza internazionale, ma la stessa ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Rosemary Di Carlo, ha dichiarato che il voto dell’Assemblea non è in contrasto con il tentativo diplomatico di avviare le trattative di pace a giugno, con la partecipazione sia dei ribelli che di Bashar al-Assad, il cui ruolo indispensabile non è sminuito dalla condanna.

Anche il riconoscimento dei rappresentanti della Coalizione Nazionale Siriana come «interlocutori necessari alla transizione politica in Siria» non va, necessariamente in senso contrario alla conferenza, poiché questi sono riconosciuti non in quanto tali o come “governo in esilio”, ma come «interlocutori necessari». Non unici, peraltro, «alla transizione politica» che l’ONU da tempo sostiene dovrebbe avvenire in maniera negoziale.

Una condanna dovuta e necessaria, quindi, cui sarebbe opportuno affiancare almeno un monito alle forze ribelli, che violano anch’esse e spesso i diritti umani, ma che non pare mettersi per traverso al processo di pace che sembra finalmente essersi avviato. 

(fm)

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