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VILIPENDIO: VIA SUBITO QUESTO ANACRONISMO

Prendiamolo in parola, Napolitano: ieri, con un comunicato ufficiale (qui), il Quirinale ha puntualizzato che riguardo all’abrogazione del reato di vilipendio del Capo dello Stato «è sovrano il Parlamento».

La precisazione è assolutamente ovvia, ed è verosimile che essa serva più a lavarsene le mani che a sollecitare le Camere a occuparsene, ma andrebbe sfruttata al più presto. Il MoVimento 5 Stelle, ad esempio, dovrebbe presentare un disegno di legge che riformi l’articolo 278 del Codice penale – e magari, già che c’è, anche il 279 – rimuovendo una volta per tutte queste norme anacronistiche. La cui introduzione risale al novembre 1947, e la cui ragion d’essere è ormai largamente superata da quanto è accaduto in seguito.

A differenza di quanto previsto allora, infatti, il ruolo del Presidente della Repubblica ha assunto via via una valenza sempre più politica, che è in antitesi con l’aura di sacralità attribuita originariamente alla carica. E a colui che la riveste.

L’articolo 278 recita che «Chiunque offende l´onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni», mentre il 279 afferma che «Chiunque, pubblicamente, fa risalire al Presidente della Repubblica il biasimo o la responsabilità  degli atti del Governo è punito con la reclusione fino ad un anno e con la multa da lire duecentomila a due milioni». In entrambi i casi, com’è evidente, il presupposto è che vi sia una identificazione/sovrapposizione totale tra il profilo astratto del Capo dello Stato e la condotta operativa di chi ne detiene l’incarico. Attaccando e sminuendo l’individuo, perciò, si attaccherebbe e si sminuirebbe l’istituzione.

Ma il discorso cambia, eccome, se invece il soggetto in carne e ossa interpreta le proprie funzioni in maniera spiccatamente soggettiva, collocandosi in un ambito che eccede quella “liturgia” costituzionale che configura i suoi atti come pressoché oggettivi. E quindi super partes. E, dunque, meritevoli di una tutela aprioristica e indiscriminata.

In altre parole: una cosa è denigrare il Presidente della Repubblica in maniera generica, mancando di rispetto alla sua figura per come è delineata dalla Costituzione, e tutt’altro è contestarne le singole decisioni, nel momento in cui esse siano finalizzate a conseguire degli obiettivi non espressamente previsti dalla Suprema Carta.

Vedi lo stesso Napolitano, appunto. Quando ha fatto di tutto per imporre Mario Monti a Palazzo Chigi, riuscendo nel suo intento e assoggettando l’Italia a un governo “tecnico” che non era espressione diretta del Parlamento, ha espanso a tal punto le sue prerogative da snaturarle: schierarsi contro quella strategia, che implicava una scelta ben precisa sul piano politico ed economico (al punto da equivalere a un governo per interposta persona), non significava affatto mancare di rispetto all’Istituzione, ma rifiutarne lo stravolgimento.

Perciò, e non sembri eccessivo, ci si potrebbe spingere ad affermare che attaccando la persona, Napolitano, si stava difendendo proprio la funzione, il Capo dello Stato. Del resto, facendo qualche passo indietro e pensando in particolare a Cossiga, sarebbe così inverosimile sostenere che era lui stesso, con le sue famigerate esternazioni, a offendere «l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica»?

Il comunicato diffuso ieri dal Quirinale si chiude con una lezioncina sulla differenza tra critica e insulto. Testualmente: «Resta peraltro come problema reale di costume politico e di garanzia democratica quello della capacità di distinguere tra libertà di critica e ciò che non lo  è nei confronti di istituzioni che dovrebbero essere tenute fuori dalla mischia politica e mediatica, specialmente quando si scada in grossolane, ingiuriose falsificazioni dei fatti e delle opinioni».

Nel suo fervore, però, trascura un dettaglio decisivo: sempre più spesso sono le istituzioni a non tenersi «fuori dalla mischia politica e mediatica».

Il resto viene da sé. E cadere dalle nuvole è tanto ipocrita quanto assurdo. Un classico caso, appunto, di “auto vilipendio”.

 

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