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FESTA DEL LAVORO. MA QUALE?

Una fotografia sfocata. O una messinscena fuori tempo massimo, che già in passato era discutibile (molto discutibile) e che ormai sprofonda nel grottesco.

Uno di quei tipici casi – tipici dell’Italia, purtroppo – in cui si levano mille auspici sulla società che si vorrebbe, e altrettante annotazioni dolenti sulla società in cui viviamo, ma tenendosi alla larga dalle analisi realmente approfondite. Che diano conto delle vere cause dalle quali scaturiscono quegli effetti di cui ci si rammarica a gran voce. E che, parallelamente, identifichino con chiarezza le responsabilità: sia di chi ha operato in maniera deliberata e strategica affinché le cose andassero/cambiassero in questa direzione, sia di quelli che, per un motivo o per l’altro, non sono stati capaci di impedirlo. Finendo così con l’assecondare, e persino con l’avallare, le linee guida di tali trasformazioni.

Un atteggiamento, talmente ripetuto da far pensare al dolo, che riguarda tanto i partiti cosiddetti “di sinistra”, quanto i sindacati di maggior rilievo, a cominciare dalla (ex) Triplice costituita da Cgil, Cisl e Uil. Soggetti, o piuttosto organizzazioni, che strada facendo hanno abdicato a qualsiasi ideale per scivolare lentamente, ma definitivamente, in una difesa di facciata degli interessi popolari. A dover essere “ragionevoli” erano sempre e comunque le fasce più deboli, avviluppate nella ragnatela delle mediazioni condotte dai loro delegati. Elezione dopo elezione, contratto dopo contratto, le istanze di miglioramento sociale sono state dapprima accantonate, rinviandone la realizzazione a un futuro imprecisato, e infine abbandonate, poiché nel frattempo il mondo è mutato e la globalizzazione (olè, ahimè) ha imposto ovunque la sua Regola Suprema: tutti contro tutti, nella sfida a produrre di più, se possibile meglio, e comunque a prezzi ridotti.

La politica “post ideologica”, oh yes. Quella in cui si rinuncia a immaginare un assetto diverso perché, pragmaticamente, se ne riconosce a priori l’impossibilità. Quella in cui il requisito essenziale, per salire di grado nei grandi partiti o nei grandi sindacati, è non disturbare il Grande Manovratore, che negli ultimi tempi adotta lo pseudonimo mediatico di Troika. Quella in cui si finge, si continua a fingere, che con un po’ di buona volontà si possano conciliare gli opposti interessi e proseguire imperterriti nella corsa al Pil. I ricchi diventeranno ancora più ricchi. Gli altri si divideranno quello che resta. Ma chiamatela meritocrazia, mi raccomando.   

C’è addirittura di peggio, però. Al di là delle sperequazioni reddituali, e del crescente assottigliamento dei diritti e del welfare, la questione fondamentale riguarda proprio il modello di sviluppo. L’idea che l’esistenza degli individui, e dei popoli, debba essere asservita ai meccanismi di produzione e consumo, che a loro volta sono asserviti all’idea, delirante, di una moltiplicazione illimitata dei profitti. Via via più speculativi. Via via più finanziari. Via via più artificiali, e artificiosi.

È questo, il primo e decisivo difetto della “festa del lavoro”: è l’accettare implicitamente un certo modo di concepirlo, che si impernia su un effetto collaterale come il salario anziché sul suo significato profondo, e migliore, di attività umana. Che viene svolta da uomini. Che deve servire a loro stessi, nel loro insieme.

Un ripensamento che dovrebbe passare, innanzitutto, da una presa di distanza dalle pessime abitudini acquisite/consolidate/cristallizzate finora. ‘Fanculo il concerto “gratuito” di piazza San Giovanni, che gli spettatori si ciucciano senza pagare il biglietto solo perché a pagare il conto, e non soltanto con le proprie quote associative, sono gli iscritti al mostro tricefalo del Sindacato, che al momento indossa le facce di Camusso, Bonanni e Angeletti.

Ogni continuità col passato equivale a una connivenza. Il pubblico che diventa claque. I lavoratori che in aggiunta a tutto il resto si beccano pure la presa per il culo della celebrazione di cartapesta. E guarda caso “una tantum”, come le indennità che vengono concesse, bontà loro, per il ritardato rinnovo dei contratti: hai perso dieci, senza contare i giorni di sciopero, e ti danno due.

Contento, compagno?

Federico Zamboni

 

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