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Immigrati. Stoccolma a ferro e fuoco

Il modello svedese, quello da prendere ad esempio per l’integrazione multiculturale, ha dimostrato di anch’esso di aver fallito, così come hanno fallito tutti i tentativi di imitazione. Husby, area periferica di Stoccolma e ormai una enclave islamica in terra svedese, è stata messa a ferro e fuoco da coloro che, forse, non hanno tutta questa intenzione di integrarsi con la società nordica: la scintilla sarebbe stata data dall’uccisione di un 69enne del “ghetto” da parte della polizia, che era stata minacciata da costui.

Si dice che in realtà le cause sono più profonde e risiedono nella segregazione e nella disoccupazione. In questo secondo caso anche l’Italia dovrebbe essere un paese in piena rivolta, mentre il primo bisogna saperlo interpretare. L’evento scatenante ricorda quello che infiammò le banlieues: la repressione, in forma forse eccessiva, di un reato, da parte di una polizia che ogni volta che entra in certi quartieri è come si trovasse in zona di guerra in territorio straniero.

In effetti pare che quest’ultimo sia stato qualcosa di molto simile ad uno scenario bellico. I pompieri accorsi per domare i focolai d’incendio sono stati accolti da una fitta sassaiola e la polizia ha dovuto scortarli, ma il fatto di massima gravità pare essere stato che i poliziotti hanno utilizzato un linguaggio razzista nei confronti degli abitanti del quartiere, che davano loro un sì caloroso benvenuto.

Certi quartieri, anche nella perfettissima Svezia, godono ormai di extraterritorialità: la polizia ha difficoltà a entrarvi e la vera segregazione spesso la subiscono i pochi indigeni rimasti. I titoloni dei nostri giornali stigmatizzano, giustamente, gli episodi di razzismo “occidentali” quando colpiscono l’immigrato, però omettono sistematicamente di riportare episodi equivalenti, ma di segno opposto, che filtrano soprattutto dalla realtà scandinava, di cui si vuole conservare una visione fiabesca sempre più irreale.

In Svezia e Norvegia non sono rari i casi in cui ad essere vittime di episodi di razzismo a scuola sono i bambini biondi, insultati per il colore della loro pelle o a cui vengono sequestrate le merendine contenenti salumi invisi al profeta, e anche gli episodi di aggressione alle donne non sono così rari. Quelle che vivono o attraversano i quartieri dei “nuovi svedesi” sono costrette non solo a vestirsi con decoro, ma anche a nascondere i capelli, come il rispetto per le culture altrui esige da quelle che passeggiano in quei paesi islamici che impongono la modestia alle donne.

Il razzismo va condannato in tutte le sue forme, questo è un punto saldo, ma bisogna farlo anche per quelle forme che non si vogliono riconoscere come tali, perché figlie del pregiudizio razzista secondo cui la discriminazione razziale è un’esclusiva dei “bianchi”. Ben venga l’integrazione, ma per averla lo sforzo deve essere di entrambe le parti, non solo di chi riceve il “migrante”: questi non può pretendere di imporre la sua cultura e di ottenere l’extraterritorialità di fatto dei quartieri in cui si stabilisce. Questa si chiama invasione.

I “nuovi italiani” ben vengano, purché siano tali: l’integrazione è possibile se vi è disponibilità ed apertura da parte dell’indigeno, ma poi deve necessariamente seguire la volontà del “migrante” di integrarsi, altrimenti sono tutti discorsi ipocriti che nascondono altri disegni. La tolleranza è un valore importante, ma la tolleranza verso l’intollerante è stupidità.

L’appartenenza ad una comunità passa per l’assimilazione della sua cultura, il che non necessita della negazione totale della propria cultura di provenienza, che anzi può portare stimoli nuovi, ma vi sono punti fermi su cui non si può transigere. Non basta nascere in un luogo per appartenere alla sua comunità, né nascere in un altro comporta il non appartenere più alla propria comunità. Il corollario non detto dello Ius Soli, se applicato con coerenza, è che se il figlio di due italiani nasce all’estero non ha più titolo per essere italiano: se non il “sangue” – si passerebbe per razzisti – almeno la formazione culturale deve avere il suo peso, altrimenti si rifiuta la realtà e le città finiscono a ferro e fuoco.

Ferdinando Menconi

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