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Pd-Pdl: via il Porcellum, ma con calma

La nuova legge elettorale può attendere. Nel frattempo, però, si metterà mano a una revisione, ridotta ma assai mirata, di quella che c’è.

Il vertice tra governo e maggioranza (in pratica il Cda e gli azionisti della medesima ditta) si è concluso così. Un modestissimo passo avanti, rispetto al nulla della scorsa legislatura, ma ancora assai lontano da un definitivo abbandono del Porcellum. Che ormai vi si debba rinunciare non c’è dubbio, e infatti su questo concordano sia il PdL che il Pd: le motivazioni sono in parte esplicite, vedi il possibile vizio di incostituzionalità che è stato appena dichiarato ammissibile dalla Cassazione, e in parte occulte, stante il timore/terrore che alle prossime elezioni il premio di maggioranza se le aggiudichi il MoVimento 5 Stelle.

L’esito finale della riforma, tuttavia, resta ancora da definire. Dietro le questioni di principio, ivi inclusa l’immediata governabilità all’indomani del voto, c’è innanzitutto la volontà di non favorire gli avversari. Anche se, nella nuova situazione che è emersa dopo le elezioni di febbraio, la priorità è ripristinare l’assetto bipolare che aveva dominato in precedenza. Per cui, anteponendo le logiche di sistema a quelle di fazione, gli Inciucio Brothers potrebbero anche accantonate le beghe reciproche e convergere su un qualunque modello che favorisca loro due, non importa chi, limitando al massimo il rischio che a prevalere siano soggetti terzi come quello di Grillo.

Per ora, quindi, l’approccio condiviso è quello di scindere la questione complessiva in più aspetti. E in più fasi. In attesa di affrontare il tema di una revisione a tutto campo, che dovrebbe rimandare a una svolta in chiave presidenziale o semipresidenziale e che implica le relative modifiche della Costituzione, il primo obiettivo è ravvicinato: non trovarsi scoperti nel caso in cui si dovesse tornare alle urne a breve termine e, nel frattempo, la Consulta avesse decretato la incostituzionalità delle norme vigenti. La soluzione che si profila è quella di introdurre una soglia specifica, intorno al 40 per cento sia alla Camera che al Senato, per l’eventuale attribuzione del premio di maggioranza, ma al momento l’accordo è ancora più limitato. Il ministro per i rapporti col Parlamento, Dario Franceschini, parla di una «norma di salvaguardia che non permetta di tornare a votare con questa legge elettorale», ammettendo però che «quello che conterrà si vedrà».

Alle solite: Pd e PdL sono costretti a collaborare ma le ostilità e le idiosincrasie non sono affatto superate. Soci sì, al governo e in Parlamento, ma sospettosi come sempre.

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