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Iran. Libere elezioni pilotate

Parlare di brogli per le elezioni iraniane è privo di senso, non solo perché le operazioni di spoglio sono regolari anche per gli standard occidentali, ma perché non ve ne è bisogno: sono viziate fin dalla ammissibilità delle candidature.

Certo gli iraniani, al contrario di noi, possono votare direttamente il presidente, ma è un po’ come se da noi si potesse scegliere solo fra Marini, Prodi e Bonino, con esclusione di Rodotà: delle libere elezioni pilotate, insomma. Paese che vai usanza che trovi, diranno alcuni che ritengono queste critiche delle indebite ingerenze nelle istituzioni di uno stato sovrano, ma come ci siamo permessi di stigmatizzare l’esclusione dal dibattito televisivo USA dei candidati indipendenti alle presidenziali, così riteniamo di poter condannare la preselezione dei candidati alle presidenziali iraniane, effettuata dal  Consiglio dei Guardiani.

Due sono le vittime illustri: Akbar Hashemi Rafsanjani e Esfandiar Rahim Mashai, il delfino di Ahmadinejad. Ma se l’ex presidente riformista, visti anche i suoi 78 anni, pare non presenterà ricorso, quello uscente ha invece deciso di farlo. Il beneplacito del Consiglio dei Guardiani è indispensabile per potersi candidare alle elezioni parlamentari e presidenziali ed il suo giudizio è pressoché insindacabile. Solo la Guida Suprema, Ali Khamenei, può ribaltare il verdetto ed è a lui che si è rivolto Ahmadinejad.

Proprio questo fatto dovrebbe bastare a far capire che, anche se non fosse pilotato, il voto non eleggerebbe il vero Capo dello Stato: questi dovrebbe sempre sottostare alla volontà del Consiglio e della Guida Suprema, che non sono propriamente espressione della volontà popolare.

Ahmadinejad, che certo laico non è, ha pagato gli screzi dell’ultimo periodo con Consiglio e Guida che lo consideravano troppo riformatore. Soprattutto, però, temevano la visione religiosa di Mashai, talmente integralista, se vogliamo, da contestare la legittimità del clero iraniano, l’unico gerarchico di tutto l’Islam, ritenendo che il dialogo con dio debba essere diretto e non mediato: una sorta di Lutero di Teheran.

Una esclusione annunciata, per certi versi, che conferma la perdita di potere del Presidente in carica, mentre più scalpore ha destato, soprattutto in Occidente, quella di Rafsanjani, visto come una sorta di pragmatico riformatore, anche se mai si è dissociato dal Consiglio e dalla Guida Suprema.

I candidati di rilievo sono rimasti in due: il negoziatore per il nucleare Said Jalili e il sindaco di Teheran, Mohammad BaqerQalibaf. Nessuno degli altri concorrenti ha la benché minima possibilità di spuntarla, mentre Moussavi e Karroubi, gli unici potenziali candidati che, oltre a poterli impensierire, rappresentavano una reale alternativa, non hanno neppure dovuto essere eliminati dal Consiglio dei Guardiani. Entrambi sono ancora agli arresti domiciliari per le  manifestazioni anti-regime dopo le elezioni del 2009.

(fm)

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