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Euro: e se il referendum fosse un boomerang?

Una bella tentazione, quella di dare la parola agli italiani sia sulla moneta unica sia, addirittura, sull’Unione europea. Dentro o fuori, ma per volontà dei cittadini anziché per decisione unilaterale dei potentati che hanno usurpato la sovranità popolare, insediandosi ai vertici delle istituzioni nazionali e comunitarie.

A sollevare di nuovo la questione, e a fissare sia pure a grandi linee una data di scadenza, è Beppe Grillo. Il quale, ieri, ha detto che «L’Europa va ripensata. Noi consideriamo di fare un anno di informazione e poi di indire un referendum per dire sì o no all’Euro». Memori di altre dichiarazioni precedenti, tra cui quelle del marzo scorso secondo cui «l’Italia è di fatto già fuori dall’euro», si potrebbe concludere che lo scopo dell’iniziativa referendaria consista appunto nell’ottenere, tramite il voto, una ratifica formale a tale stato di cose. Visto che oggi siamo fuori dall’euro, in termini di benefici, usciamone del tutto, così da evitare ulteriori diktat che ci impediscano di manovrare in autonomia.

Ad un’analisi più attenta, invece, è legittimo avere dei dubbi. Anche in questo caso, infatti, nella condotta di Grillo si coglie la tendenza a sovrapporre/confondere due piani assai diversi: da un lato, il perseguimento di risultati specifici a partire da un programma politico già definito, quantomeno nelle sue linee guida; dall’altro, l’affermazione della democrazia diretta come valore assoluto e, quindi, come fonte di legittimità di qualsiasi istanza che raccolga la maggioranza dei consensi.

La distinzione, al contrario, deve rimanere nettissima. Infatti, stante la manipolazione di massa che va avanti da decenni (e che per di più si è andata a innestare su mentalità che non brillavano certo per consapevolezza e che erano già viziate da altri tipi di condizionamento), fare appello al giudizio degli elettori come sono non significa affatto spianare la strada all’avvento di una società come dovrebbe essere. Basti pensare, tra gli innumerevoli altri casi, a Obama negli USA e a Berlusconi in Italia. Moltissime persone che non riescono a decodificarne gli inganni e che si lasciano facilmente sedurre dalle lusinghe dell’imbonitore di turno.

La democrazia diretta, perciò, costituisce sì un potente richiamo alla sovranità popolare, che viene aggirata-conculcata-vilipesa dalle mille mediazioni e dai mille artifici della democrazia rappresentativa di stampo liberal-parlamentare, ma nelle circostanze attuali non equivale affatto alla garanzia di scelte che siano estranee ai valori, e agli interessi, dominanti.

Proprio per questo, allora, sarebbe essenziale che un soggetto come il M5S affiancasse alle rivendicazioni di metodo delle poderose e inequivocabili valutazioni di merito. In maniera tale da facilitare la maturazione dei cittadini e poter confidare che, con una certa rapidità, essi arrivino a comprendere quali istanze sono davvero a loro vantaggio e quali no.

Altrimenti, e benché su scala assai ridotta lo si è visto perfettamente con l’esito puerile delle Quirinarie, ci si espone al fondatissimo rischio di raccogliere il contrario di quello che era nelle aspettative. Regalando un crisma “democratico” a opzioni che, invece, sono spiccatamente oligarchiche.

Federico Zamboni

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