Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

DINOSAUR JR. – 27 maggio 2013 – Roma, Blackout

Brutta bestia, la timidezza…

Hai voglia a essere, in potenza, più brillante di un diamante sudafricano! La chiave del successo, almeno quello immediatamente tangibile, riscontrabile, passa attraverso un processo di mostrazione-esplicitazione di sé al quale non si può sfuggire. Ancor di più se il destino ti ha destinato in un posto, Amherst, Massachusetts,  dove, a parte una  celebre università, non c’è poi questo granché (e dove il valore di una persona si misura soltanto in dollari o in “pezzi di carta” posseduti).

Chiaro che se non hai questa gran voglia di star lì a trastullarti in serate sempre uguali o in sogni di gloria dall’aura piuttosto sbiadita e barbosa, rischi seriamente di annoiarti. Peggio: di auto-esiliarti dal resto del mondo “civile” e cominciare a sembrare un tipo “diverso”, “strano”.

Con pochi amici, nessuna ragazza e tanto tempo da ammazzare, bisogna trovare una valvola di sfogo, assolutamente.

E cosa c’è di meglio dei tamburi di un drum kit sui quali battere come un forsennato? D’altronde, agli albori degli anni Ottanta, la lezione del punk più arrabbiato e casinaro è ancora viva e si è scoperto che, accelerando un altro po’ il ritmo e rendendo gli strumenti più veloci e violenti, si possono aprire nuovi orizzonti creativi. E allora, invece di rimanertene tappato in casa, decidi che forse è il caso di mettere il naso fuori e vedere se da qualche parte in città c’è qualcuno che ti assomiglia.

Ma sì, certo che c’è! Come in ogni posto dove noia e frustrazione regnano (quasi) sovrane, germina nell’ombra il cattivo seme di chi non vuole allinearsi e scalpita. Scovi tre tizi che sembrano pensarla proprio come te e che, come te, hanno una voglia pazzesca di alzare il volume e far tremare i muri. Nascono i Deep Wound, la “ferita profonda”, come quella che siete in grado di provocare nelle orecchie di chi vi ascolta con la vostra miscela esplosiva di hardcore, metal e suoni saturi.

Il problema, però, è che tu sei una persona molto complicata, di quelle che un po’ si stancano e un po’ hanno un bisogno costante di nuovi stimoli per respirare bene. Lo sgabellino della batteria comincia a sembrarti la poltrona del salotto di tuo padre, e tu, invece, vorresti spaccare tutto e sapere cosa succede ai piedi del palco, là dove la gente suda, si sbatte. Devi, assolutamente devi, conquistare il centro della scena e fare in modo che tutto prenda origine da te, dalla tua energia compressa! Via le bacchette, via i piatti, dunque. E dentro una bella chitarrona distorta dalla quale tirar fuori i rumori e le note più strane.

Già, le note, non gli accordi. Non ti piace star lì a perder troppo tempo con le ritmiche convenzionali, né hai intenzioni di farti troppo male alle mani standotene sempre lì a premere le dita contro il metallo fastidioso delle corde per fare i barrè (sei un bel tipo, comunque…). Bah, che ci pensino pure gli altri alla ritmica! E poi… poi per diventare un frontman come si deve c’è bisogno anche di provarsi dietro al microfono, questo è certo. Di voce, diciamolo, tu non è che ne abbia granché. Ti piace strascicare le parole, sembri una specie di Neil Young (uno dei tuoi idoli, d’altronde) annoiato e anche un filino stonato. Non proprio il massimo che uno si potrebbe aspettare, però… però per quella strana alchimia che talvolta l’unione tra canto e musica riesce a stabilire, ne vien fuori una cosa assai particolare, quasi un nuovo stile. La gente ti sente, sembra apprezzare.

Nel frattempo, come spesso succede, l’esperienza del primo gruppo giovanile comincia a naufragare e, prima che tu riesca a rendertene conto, dei Deep Wound non c’è più traccia. Ti rimangono solo qualche bel ricordo e un compare, Lou Barlow, con il quale imbarcarsi in una nuova avventura. Si dà il caso che quest’ultimo sia un ottimo chitarrista ritmico divenuto bassista. Niente di meglio per provare le mille nuove soluzioni che ti frullano nella mente. E così, prigioniero del tuo nuovo strumento e delle infinite possibilità che sembra offrire, provi ad arrivare là dove nessuno dei tuoi contemporanei si è ancora spinto: fondere in un corpo solo matrici di ogni genere per creare il sound del nuovo decennio.

 

Un album di assestamento (e che assestamento, Dinosaur!) e poi, con un monicker che è già diventato sinonimo di musica che nessun altro sa fare, ecco che la tua band, i Dinosaur Jr, è pronta a impartire la lezione: You’re living all over me su etichetta SST Records, è un nuovo, sconvolgente crocevia per la musica rock. Dentro c’è di tutto. Ci sono i Cure con Neil Young, la new wave imbastardita e il fracasso dell’hardcore, lo sberleffo del punk e la melodia del miglior pop, la velocità e la tecnica brutale dell’heavy metal e la sciatteria voluta del più ragionato lo-fi. Ma sono impastati tra loro con tale personalità e armonia da rendere praticamente impossibile l’estrapolazione di un singolo frammento che aiuti a classificare in qualche modo il vostro assalto sonoro.

Nessuno sembra avere la marca critica giusta, ma una cosa è certa: pezzi come Little fury things e In a jar, d’ora in poi, costituiranno la nuova “manualistica” di riferimento per chiunque voglia cimentarsi nel rock d’autore. E tu, J Mascis, o più semplicemente J, l’ex ragazzotto timido che nessuno sembrava filare, ti ritrovi ad essere il leader di un nuovo must, nonché il primo vero guitar hero della (formantesi) scena alternative mondiale. Non male, eh, chi l’avrebbe detto qualche anno fa?

Dopo un altro disco strepitoso e amatissimo, Bug, tutto sembra pronto per il successo su scala planetaria, tra arene, dischi di platino e magnum di champagne. E invece… beh, bisogna dirlo: qualche volta giochi a fare un po’ troppo il despota e l’antipatico, J! Bisognerebbe che ti ricordassi un po’ di più che la fortuna dei Dinosaur jr, oltre che sulle tue meravigliose mattìe chitarristiche, riposa anche sulle geniali linee di basso di Lou Barlow e sul drumming sincopato e aggressivo di Murph.

Tira e tira, poi la corda si spezza, non lo sapevi? E così, mentre anche Sua Maestà David Bowie ti cerca per ridare smalto alla sua Quicksilver, non riesci a renderti conto che il giocattolo si sta rompendo. E così, mentre gli anni Novanta arrivano con la promessa di gloria e onori, finisce che rimani solo, perché i tuoi compagni di avventura decidono di mollarti. E così, nonostante tu cerchi di proteggere il tuo amato “dinosauro” con album di buona qualità, senza quell’alchimia in più di quando eravate in tre (in alcuni, addirittura, suoni tutto tu, dai!), inesorabile scatta “il naturale processo di eliminazione” e la tua stella tramonta. Bye bye, e le possibili grandi arene, all’improvviso, diventano club di dimensioni ridotte e un pubblico circoscritto di pochi appassionati. Proprio mentre il grunge di Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden, figlio dei vostri primi tre album (e sicuramente meno fantasioso e ardito), conquista le masse e vende milioni di dischi. Proprio quando si trattava di assaggiare il dolce frutto di un meritato successo…

 

La “perfezione” di non avercela fatta, si potrebbe dire. Un classico per molte, grandi band che hanno inventato un genere come la tua.

Ti arrangi a suonare per fatti tuoi, col tuo solo nome, o a prestare la tua magica sei corde a collaborazioni più o meno importanti, ma dentro di te bruci di rabbia, perché non ti va di essere finito nel “Jurassic Park” del rock’n’roll con tanto ancora da fare, da raccogliere. Vai avanti perché non sapresti fare altro, ma dentro di te lo sai che niente è come prima. Ma tu, si sa, sei testardo e orgoglioso. E gli anni passano, passano.

Ci vogliono tre lustri tre affinché tu, Lou e Murph torniate a sedervi intorno a un tavolino a parlare della possibilità di fare musica insieme. È passato tanto tempo, eh. E tante cose sembrano essere cambiate. Intanto decidete di partire in tournée. Una cosa alla volta. Se son rose… si vedrà. Per fortuna, una data alla volta, vecchi rancori e incomprensioni sembrano venire meno. Forse… forse si potrebbe fare un nuovo album, chissà.

Beyond è un bel ritorno, un bel modo di rimettersi in moto dentro le pareti di uno studio, anche se ci vorrebbe qualcosa di più per eguagliare gli antichi fasti. Un altro paio di annetti e nel 2009 ecco Farm. Bello, un gran disco che sarebbe proprio il caso di portare in giro per tutto il mondo (E grazie, grazie di aver fatto tappa anche qui a Roma, ragazzi!). Ora sì che tutti i pezzi sono tornati al loro posto! Ora sì che tutti vi riconoscono e le luci tornano davvero ad accendersi! Non resta che continuare a scommettere su questa benedetta reunion e sperare che gli dei celesti si ricordino che voi tre siete in credito forte con la sorte.

I bet on the sky, dello scorso anno, è un ruggito da tirannosauro che, a distanza di un anno, ancora risuona terribile, ma, soprattutto, è la dimostrazione che, con un bel colpo di coda incazzato, tu e i tuoi compagni avete spazzato via una volta per tutte gli ostacoli lungo una nuova, folle corsa nel terzo millennio. Ed è bello, per noi fan di ogni dove, sapere che da un momento all’altro ci ritroveremo avvolti sotto l’ombra del piccolo “dinosauro”, che ci proteggerà dalle grinfie di Skrillex e dalle mille altre diavolerie moderne con le quali stanno cercando di venderci al futuro. Mi raccomando, eh, stavolta cerchiamo di non sparire più!

 

Cari, presunti amanti della musica suonata e piena di fantasia, questa sera, per favore, non fate finta di niente come al solito: al Blackout di Roma, via Casilina 713, c’è un appuntamento con la storia. Uno di quelli che, una volta che avrete partecipato, vi darà il giusto “tono”, ma soprattutto la giusta “sostanza” per affrontare certe discussioni. Ci sono i Dinosaur jr, siori, non la solita bandina indie che conoscete soltanto voi e che suona moscia e scordata! Concedetevi, almeno questa volta, di ascoltare il fuzz esagerato del signor J Mascis e quelle deliziose, sferraglianti melodie che hanno segnato un’epoca, la nostra epoca.

What is It? Who is it? Where i sit?

A rabbit falls away from me, I guess I crawl…

Vedrete, sarà come volare.

Domenico “John P.I.L.” Paris

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NOI NEL MEZZO – 27 maggio 2013, ore 16.30

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