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DEFICIT: GRAZIE UE CHE CI HAI DETTO BRAVINI...

Riassunto delle puntate precedenti. Per parecchi anni eravamo stati cattivi, quando più e quando meno, non rispettando i parametri di Maastricht. Di conseguenza, a forza di essere così discoli ci siamo consegnati all’inevitabile destino dei reprobi: una bella punizione che ci costringesse d’autorità, visto che non eravamo in grado di farlo da soli, a rientrare nei ranghi. Tuttavia, poiché le autorità Ue sono certo severe ma pur sempre a scopi educativi, quelle sanzioni non sono state irrogate subito, bensì rinviate a un momento successivo. Un avvertimento, in pratica. Ultimativo, per forza di cose, e però non ancora equivalente a una condanna senza appello.

Era l’ottobre 2009, quando venne avviata la procedura per infrazione legata al deficit eccessivo. All’epoca ci trovavamo al 5,3 per cento, in rapporto al Pil, ossia quasi al doppio della soglia massima che è pari al 3. Quello stesso anno il dato finale salì al 5,5. Poi cominciò a scendere: nel 2010 passò al 4,5 e nel 2011 al 3,8. Nel 2012, infine, si è attestato esattamente sul limite superiore consentito, mentre per il 2013 dovrebbe calare di un ulteriore decimale e chiudere al 2,9.

A fronte di tutto questo, appunto, la Commissione Ue si è convinta a bloccare l’iter, con una decisione che dovrebbe essere ufficializzata mercoledì prossimo ma che ormai è data per acquisita. Un “perdono”, o se si preferisce una sospensione condizionale della sentenza, che dà respiro al governo in carica e consente a non pochi commentatori, impazienti di farlo, di riprendere a tessere gli elogi di Mario Monti. Perché lodando lui – e le sue politiche improntate al rigore che hanno indubbiamente contribuito a raggiungere tali risultati, benché a carissimo prezzo in termini di recessione e di aumento della pressione fiscale – si mira a rafforzare la credibilità dell’attuale esecutivo, che al di là delle polemiche alla Brunetta si muove in una sostanziale continuità con quello, “tecnico”, che lo ha preceduto.

La chiave di lettura di quanto viene affermato ora dai media mainstream è dunque spiccatamente propagandistica. Un perfetto circolo vizioso in cui si ruota intorno a un perno arbitrario, come i suddetti parametri, innalzato però al rango di dogma incontestabile. L’attenzione del pubblico, perciò, viene concentrata solo sulle dinamiche successive alla fissazione di quei criteri, creando appunto uno schema autoreferenziale: la Ue ci mette sotto accusa per la mancata osservanza dei vincoli, noi ci sottomettiamo ai suoi diktat e ritorniamo in carreggiata, la Ue ci riconosce l’ubbidienza, noi festeggiamo lo scampato pericolo.

Il messaggio destinato all’opinione pubblica è che, adesso sì, sta andando tutto per il verso giusto. Eravamo stati cattivi, però ci siamo emendati. Il nostro ravvedimento è stato apprezzato (ma guarda) e ora, finalmente, possiamo tornare ad avere qualche margine di manovra per incentivare la crescita. Alcuni miliardi di euro, forse ben dodici, che dovrebbero alleviare lo stato disastroso dell’economia interna.  

Come scrive Repubblica, ciò «permette a Letta di aprire la vera partita europea su due fronti. Primo, beneficiare della flessibilità ottenuta per il Paesi virtuosi, partita fondamentale che si gioca da qui a luglio quando a Bruxelles si voterà sulla “Golden Rule” stabilendo quali (e secondo quali parametri) sono le spese che generano crescita (l'Italia vuole inserire anche quelle che aumentano l'occupazione) che non vengono conteggiate nel deficit. (…) In secondo luogo lo stop alla procedura per deficit permette a Letta di presentarsi al summit di fine giugno con maggiore forza politica per ottenere misure Ue a sostegno della crescita e dell'occupazione giovanile».

Nulla di nuovo: la crisi è servita come pretesto per imporre modifiche strutturali, vedi la Riforma Fornero che infatti la Commissione Ue ci chiede/intima di realizzare appieno, mentre le loro ripercussioni negative vengono mitigate da spiccioli di uno pseudo nuovo keynesianesimo.

Nessuna revisione del modello complessivo, che è imploso nel 2007-08, e nessuna redistribuzione della ricchezza. Solo un po’ di investimenti pubblici, da contabilizzare in modo da non farli rientrare nel deficit, per fingere che il ciclo negativo sia giunto al termine. Tanto per cambiare, un palliativo. Ossia una dilazione. Ossia una truffa.


(Di questo argomento, tra gli altri, parleremo nella puntata odierna di Noi Nel Mezzo, a partire dalle 16 e 30 qui sul sito del Ribelle)

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