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M5S: BENVENGA QUESTO FLOP, SE GRILLO LO CAPIRÀ

In molti se la ridono, per la sconfitta del MoVimento 5 Stelle alle Comunali. E specialmente per la debacle di Roma, dove gli handicap dei due avversari principali – Alemanno che cercava di sopravvivere a sé stesso, e Marino che sperava di sopravvivere ai guai del Pd – potevano spianare la strada al successo di un outsider, sia pure tutt’altro che brillante come Marcello De Vito.

Arrivati i primi conteggi, che poi hanno avuto piena conferma e che hanno visto i candidati M5S battuti ovunque e senza nemmeno un ballottaggio, la soddisfazione del vasto fronte anti Grillo ha cominciato a trapelare in mille modi, dietro l’aplomb d’ordinanza. Qua un sorrisetto trattenuto a stento, là un bagliore di ritrovata supponenza, altrove ancora un giudizio tagliente mascherato da analisi spassionata (e quanto sono svelti, i commentatori a cachet, nel tirare le somme a carico dei nemici dell’establishment, mentre invece le rimandano all’infinito nei confronti dei loro compagni di merende – o amichetti di cocktail).

Dopo la paura provata nelle Politiche e nelle tempestose settimane successive in cui non si riusciva a partorire un governo che mettesse in scena il sequel di quello di Monti (“A Troika Production, directed by George Napolitano”), il sollievo è apparso palpabile. E intessuto di speranze, impazienti di tramutarsi in certezze. Magari era stata solo una tempesta passeggera, quella di febbraio. Magari il ciclone si è già acquietato, o ha perso la maggior parte della sua energia dirompente, e terrorizzante. Magari si potrà ricominciare come al solito: le stucchevoli diatribe tra il Pd e il PdL, e tra le contrapposte tifoserie pro e contro Silvio, che servono magnificamente a nascondere il problema fondamentale. Lo strapotere dell’economia. Anzi, della finanza. Anzi, della finanza internazionale.

In questo quadro di precipitosa e ributtante rivalsa, tuttavia, il fastidio per gli opportunisti in servizio permanente effettivo non deve indurre a concedere a Grillo nessuna attenuante. Il flop è smaccato e, quel che è peggio, ha ragioni quanto mai precise. Che non vanno cercate fuori dal MoVimento, al di là dell’indiscutibile e non casuale ostilità dei grandi media, ma al proprio interno. E che, ancora una volta si possono riassumere in una sola parola: inadeguatezza.

Inadeguatezza dei candidati, in superficie. Ma assai prima e più in profondità – poiché lo scarso valore dei prescelti è solo l’esito di un processo di selezione quanto mai approssimativo, che in fondo è più simile a un televoto che al giudizio di un’assemblea politica – inadeguatezza del modello organizzativo che Grillo & Casaleggio hanno deciso di darsi. O di non darsi.

Tornando alle Comunali di Roma, la questione è di una semplicità brutale: Marcello De Vito, che manco a dirlo era venuto fuori dalla “cliccatina” online di pochissime migliaia di iscritti, ha un carisma pari a zero. Sarà anche un avvocato che, ipse dixit, è  «esperto nel settore degli appalti pubblici»; e sarà anche un individuo con le migliori intenzioni, e senza nemmeno l’ombra del malcelato protagonismo di certi cittadini-portavoce che, dopo essere approdati in Parlamento solo ed esclusivamente grazie all’ascendente e alla popolarità di Grillo, stanno alzando la cresta e rivendicando una propria autonomia di pensiero (quale?) e di azione (per fare che?).

Ma proprio questo accontentarsi di un profilo da brava persona, e a quanto sembra  nient’altro, fa parte dei grandi equivoci-vizi del MoVimento. L’idea, sballatissima, è che per fare politica siano sufficienti l’onestà e lo spirito di servizio, che semmai sono requisiti decisivi per assumere un impiegato. O un funzionario di rango non troppo elevato.

La politica è un’altra cosa. Molto più complessa, sia nelle analisi che nelle elaborazioni. E anche – come paradossalmente dimostra lo stesso Beppe Grillo, che se non avesse le sue straordinarie doti di comico-tribuno-showman non avrebbe acceso, a parità di discorsi, neanche un decimo dell’eccezionale entusiasmo che ha suscitato – nella comunicazione.

Sono solo difetti di crescita, che verranno superati con l’andare del tempo? Ci sono moltissimi motivi per ritenere di no, e qui sul Ribelle ne abbiamo già scritto. Allo stesso tempo, però, nulla vieta a Grillo & Casaleggio di rendersene conto e di farne tesoro, cambiando atteggiamento e comprendendo che lo spontaneismo degli inizi è un lusso che già adesso non ci si può più permettere.

Come si dice, le sconfitte insegnano più delle vittorie. A patto che si abbia voglia di imparare, naturalmente.

Federico Zamboni

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