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Governo Letta: già finito il tempo delle promesse

Più che un discorso di insediamento, quello di Letta il giorno della richiesta della fiducia a Camera e Senato è stato un comizio elettorale. Toni, temi e intenti sono stati infatti simili a uno qualunque tra i discorsi che i vari leader di coalizione fanno prima che il popolo vada alle urne, non dopo. La natura della nascita di questo governo, del resto, non è che potesse far sperare in un programma vero e proprio. Quel giorno, insomma, non abbiamo avuto di fronte un Presidente del Consiglio che dava seguito a quanto promesso in campagna elettorale, ma di fatto una persona "in cerca di voti". E quanto detto in quella circostanza lo ha rispecchiato in pieno. Come per tutte le operazioni del genere, ciò che conta sono le promesse e gli intenti. E così è stato. Inutile tornare sopra a una pagina che ormai è praticamente  storia (dimenticabilissima, peraltro). Il punto è che oggi, cioè immediatamente, si apre il momento del fare. E iniziano i problemi.

Sopra ogni altra cosa ce ne sono due, oltre ovviamente al fatto di dover dare seguito a tante parole confuse come quelle pronunciate il giorno dell'insediamento. Entrambi i problemi sono ovviamente inerenti l'economia, e si portano dietro tutto il resto. 

Se da una parte, infatti, l'Europa ha concesso più tempo a Francia, Portogallo e Spagna per rientrare nel parametro del 3% di deficit, per noi le cose stanno diversamente. Molto diversamente, per essere precisi: l'Ocse ha appena rivisto al ribasso i nostri valori di crescita. A fronte delle stime dello scorso novembre, in cui sembrava che ci saremmo attestati al -1% per l'anno in corso, adesso si parla di un peggioramento del 50%: dovremmo arrivare al -1.5%. Cosa significa? Molto semplice: impossibilità di ridurre la pressione fiscale così come promesso da Letta. Ovviamente.

Secondo problema: durante l'audizione di ieri, Saccomanni, in quanto ministro dell'Economia, ha escluso "rinegoziazioni degli sforamenti del deficit". Ovviamente, ancora: nello stesso momento Mario Draghi, suo grande sponsor, da Francoforte ammoniva senza mezzi termini i Paesi ad andare avanti col risanamento del bilancio e nel mantenere la barra delle misure da adottare per "uscire dalla crisi". Cioè, come sappiamo, tagli e privatizzazioni. Saccomanni non poteva dire altrimenti.

E dunque? Cosa mai potrà fare Letta, o meglio, cosa mai "vorrà" fare visto che è un uomo di diretta discendenza dei poteri forti che lo hanno messo a presiedere il nostro Consiglio? Nulla, naturalmente. 

In altre parole, le promesse più importanti fatte a suo tempo diventeranno presto un lontano ricordo. Secondo Boccia, che è il consigliere economico di Letta, una strada tuttavia c'è. O meglio, a sentire le sue parole, ci sarebbe. Le idee al vaglio del governo sono grossomodo quattro.

Patto con l'Europa: l'idea per coniugare crescita e rigore è quella di attuare una condivisione dei metodi a livello europeo. Ovvero chiedere uno slittamento del termine per ridurre il deficit anche per noi.

Spending Review: ancora una volta, si continua sulla strada dei tagli per "riqualificare la spesa pubblica". Formula che, sappiamo, non fa presagire nulla di buono, visti i precedenti.

Golden Rule: scorporo degli investimenti produttivi dal calcolo del deficit. Ci può stare. Il punto è capire quali possano essere questi investimenti produttivi. A richiamare qualcosa alla memoria, nel recente passato, si è parlato di Ponte sullo Stretto e di Tav, tanto per intenderci. E dunque, ancora una volta: nulla di buono all'orizzonte.

Le tasse: riduzione del cuneo fiscale. Questo uno dei temi che il governo Letta tenterà di battere. Resta da capire, al solito, quale sarà la copertura per farlo, visto che le entrate tributarie dello Stato sono previste in discesa, per via della recessione e delle aziende che chiudono. 

La coperta è insomma corta, cortissima in ogni ordine e grado. E ancora più piccola appare se la si rapporta alle roboanti promesse fatte in Parlamento.

L'illusione di qualche intervento decisivo, dunque, sembra proprio destinata a dissolversi presto.

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