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Amina, processo alle tette

In Tunisia è iniziato il processo ad Amina, la ragazza tunisina che, plagiata dal femminismo zinne al vento delle FEMEN, aveva postato sul suo blog immagini a seno nudo. Il che ne aveva fatto una bandiera per il gruppo di esibizioniste venute dall’Ucraina.

Il punto non è discutere sulle FEMEN, i loro metodi o la buona fede del movimento. La questione è il processo ad Amina, innescato dal suo seno nudo, ma istruito perché, mentre erano in corso scontri violenti fra polizia e fondamentalisti, a finire in manette è stata lei: per essere in possesso di una spray antiaggressione e per aver scritto FEMEN sul muro di un cimitero.

I reati ci sono, anche se uno spray antiaggressione è il minimo che una donna, e specialmente lei, possa portare con sé da quelle parti, dove sono le stuprate a finire sotto processo. E pure il marchio FEMEN, se scritto sul muro di un cimitero, è giusto costituisca reato, anche se sono bazzecole rispetto a quanto fatto dalle Pussy Riot che hanno scatenato l’indignazione dell’Occidente glamour, ma lì il cattivo era Putin e non la nuova Tunisia della Primavera araba.

La questione è piuttosto se c’è più libertà adesso o quando c’era il dittatore Ben Ali: quanto a libertà formale la risposta sarebbe facile, ma la libertà sostanziale è altra cosa. E difficilmente la si può individuare là dove si finisce alla sbarra per attentato alla moralità pubblica, oltre che per uno spray e una scritta.

(fm)

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