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CRISI: MA BASTA, CON LE “PREVISIONI” A GETTO CONTINUO

La notizia di giornata – o notiziola, perché tra i siti dei quotidiani più diffusi a darle grande risalto è solo il Giornale di Berlusconi – è che secondo Prometeia la disoccupazione qui in Italia rimarrà alta ancora a lungo. E quindi bisognerà attendere il 2020 affinché si passi dalle odierne percentuali a due cifre, nell’ordine dell’11-12, a un meno drammatico, ma sempre cospicuo, 9 per cento.

Sarà vero? Visti i ripetuti errori commessi finora, dai più diversi soggetti sia privati che pubblici, è più che legittimo dubitarne. La stessa Prometeia ha appena riconosciuto, con una tranquillità che sfiora l’impudenza, di aver completamente sbagliato le stime riguardo all’economia interna: «Tre mesi fa Prometeia prevedeva per il 2013 una caduta del Pil italiano dello 0.6%. Ora la caduta prevista è quasi triplicata e ha raggiunto l’1.5%». Tuttavia, ecco pronta un’altra infornata di “analisi” che si spingono molto più in là nel tempo, azzardando scenari e conseguenze di qui a sette anni e senza mancare di fornire le percentuali che abbiamo riportato.

Naturalmente, semmai ci fosse bisogno di chiarirlo, il problema non è il singolo istituto “di ricerca”, ma la funzione complessiva che questi elaborati a getto continuo vengono a svolgere nei confronti dell’opinione pubblica, attraverso i resoconti che ne danno i media. Il primo, e determinante, aspetto negativo è il metamessaggio trasmesso fra le righe: la crisi, per quanto grave, rimane transitoria e verrà certamente superata con l’andare del tempo. Dal che si deduce – si dovrebbe dedurre – che il modello economico dominante resta valido e che le attuali classi dirigenti sono in grado di fronteggiare le turbolenze in corso, fino a ritrovare quei ritmi di crescita su cui poggiano le società di matrice liberista e che sono essenziali per alimentare la promessa/illusione di un incremento della ricchezza generale.

In effetti, e già questo la dice lunga, dal 2008 in poi non si è fatto altro che spostare in avanti il momento del ritorno agli standard precedenti. Per chi volesse armarsi di santa pazienza, e spulciare negli archivi mediatici degli ultimi cinque anni, la sequela dei rinvii è lì a disposizione. Annuncio per annuncio. E smentita per smentita. Anche se poi, figurarsi, invece che smentite si preferisce definirle rettifiche, in modo da salvaguardare la (presunta, presuntissima) attendibilità di chi vi si cimenta.

Più che di analisi e di previsioni, quindi, bisognerebbe parlare di constatazioni di fatto e di congetture. Le prime riguardano le enormi difficoltà che ci assediano, di cui però si mettono a fuoco solo alcune dinamiche, e distorsioni, senza mai risalire alle cause originarie. E costitutive. E ineliminabili, a meno di cambiare approccio. Le seconde, come abbiamo detto a proposito del subdolo metamessaggio che si cela nelle continue ricognizioni sull’andamento della crisi, servono a far credere che certi processi siano sotto controllo e che, su un arco di tempo imprecisato ma non troppo esteso, se ne verrà a capo.

Interessante. I medici rimandano all’infinito la guarigione del paziente, limitandosi a registrarne i dati clinici e a sciorinarli con fare assai pensoso, ma si ostinano a ergersi a luminari. Facendosi forti del fatto che operano in regime di sostanziale monopolio, nascondono la loro incompetenza, o peggio, dietro le esercitazioni a tavolino: dati questo o quello, succederà questo e quest’altro. Poi non succede affatto, o succede solo in parte, e si ricomincia coi calcoli. Più o meno campati per aria. Più o meno sballati. Sempre fuorvianti.

Di solito li si chiama esperti, questi vaticinatori professionisti che non ne azzeccano una. Ma sarebbe meglio definirli “addetti ai lavori”. E chiedersi, subito dopo, di quali “lavori” si tratti, esattamente.  

Federico Zamboni

 

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NOI NEL MEZZO – 06 maggio 2013, ore 16.30

USA. La crisi è razzista, specie sui patrimoni