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Motorpsycho – Roma, 06 maggio 2013 – Circolo degli Artisti

Per fare un ottimo cocktail non basta avere  ottimi ingredienti.

Provate a mettere in mano al più imbranato dei baristi i migliori liquori sul mercato e vedrete, novantanove volte su cento, che non riuscirà a tirarne fuori niente di buono. Ci vuole studio, pazienza. Ci vuole tecnica, sì, ma anche passione. Ci vuole spericolatezza ma anche misura. Insomma, si tratta di saper “manovrare” ma soprattutto di saper bilanciare, temperare. È così, solo così, che alla fine di un accurato processo di shakeraggio potrà venir fuori un bloody mary da urlo o un white russian degno di un grande Lebowski.

Ecco, se uno volesse provare a dare una qualche identificazione al suono dei Motorpsycho, potrebbe tranquillamente chiamare in causa il mondo dei barman professionisti. Ma quello di altissimo livello, però. Quello da locale a cinque stelle! E anzi, a voler essere precisi, più che di semplice eccellenza nella stilistica del cocktail, per il trio norvegese (da poco divenuto, almeno on stage, un quartetto) si dovrebbe parlare di bartendering estremo, tra i più folli e, spesso, meglio riusciti nel panorama rock internazionale.

Contraddistinti da un’insofferenza strutturale alla categoria e al genere fin dagli albori della loro avventura, questi figli di Odino con la fissa per quel fantastico sporcaccione di Russ Meyer rappresentano da ormai quasi un quarto di secolo uno dei più riusciti progetti di ibridazione che si possa sentire. E se i mille trucchi esistenti in studio possono in qualche modo far sorridere il musicomane più smaliziato, bisognerebbe ascoltarli almeno una volta dal vivo per capire con quale straordinaria macchina da guerra si ha a che fare.

Ecco, l’invito è proprio questo: stasera fate un salto al Circolo degli Artisti e regalatevi un’esperienza diversa. Chi vi scrive ha avuto la fortuna di assistere al loro ultimo show romano all’Alpheus di qualche anno fa e vi assicura che c’è da rimanere sbalorditi di fronte al muro di suono che i Motorpsycho sanno creare. Un muro fatto da decine, centinaia di mattoni.

Vi piace l’hard rock, la psichedelica, il drone, lo space-rock, il grunge, il death metal, il folk, il kraut, il blues, il jazz, l’indie, lo stoner? Vi piacciono i grandi maestri della West Coast degli anni Sessanta e Settanta, ma anche la scena alternative più contemporanea, passando però per orchestrazioni raffinatissime à la Nick Drake o attraverso tempeste elettriche degne di qualche violentissimo combo estremo? Siete dei maniaci degli strumenti tradizionali, ma non disdegnate viole, violini e pianoforti o anche theramin e qualsiasi altra diavoleria si possa battere o pizzicare?

Bene, troverete tutto questo e anche di più. E lo troverete sussunto in un’unità musicale che riesce fresca e credibile, nonostante la mole enciclopedica che la costituisce e nonostante l’incapacità di fermarsi un attimo che sembra tarantolate questi post-ragazzi, giunti all’ennesimo nuovo album, Still Life With Eggplant,  di una carriera senza tregua e senza pause. E a loro maggior gloria, va anche sottolineato come, in un clima sparagnino e poco incline ai rischi del continuo auto tirarsi in ballo, i Motorpsycho non abbiano mai ceduto a certi mezzucci un po’ troppo ricorrenti nel mercato discografico contemporaneo, azzardando dischi doppi e tripli senza paura di fare il passo più lungo della gamba, né dei rimbrotti dei propri datori di lavoro (major o indipendenti che fossero). E proprio le prove di maggiore estensione rappresentano forse i vertici della loro produzione: gemme come Timothy’s Monster e Angels and Demons at the Play possono essere tranquillamente ascritte tra i capolavori del rock alternativo (del rock a tutto tondo) degli anni Novanta, fermo restando che anche gli album dei due decenni successivi si sono sempre segnalati per una genialità ed un eclettismo assolutamente fuori dalla norma e per una vivacità espressiva che soltanto i veri “predestinati” possono mantenere con il passare del tempo.

Insomma, se ancora non li avete approcciati da studio e/o dal vivo, non lasciatevi sfuggire l’opportunità di entrare nel fantastico mondo di questi spericolati “Varroni” della musica dei nostri giorni. Dopo, avrete un nuovo, convincente argomento per accapigliarvi con tutti coloro che si ostinano a sostenere che il rock è una roba statica, noiosa.

All in the name of rock!

E lunga vita ai Motorpsycho.

Domenico “John P.I.L.” Paris

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