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IN ARRIVO IL DEF. DEF COME DEFICIT (MASCHERATO)

Il governo presenta il Def 2013, il Documento di economia e finanza, e il Parlamento lo approva.

Per forza: mentre sulle questioni secondarie quali le presidenze delle Commissioni si può litigare tranquillamente, così da far sembrare ai rispettivi elettorati che sia il Pd che il PdL non rinunciano alle rispettive opzioni/identità, su quelle sostanziali l’accordo è fuori discussione. E il Def, per i motivi che vedremo, è una delle pietre angolari su cui poggia l’architettura dell’esecutivo Letta-Alfano. Ossia, per così dire e in un miscuglio per nulla casuale del gergo italiano e della lingua ufficiale dell’Impero (USA), l’Inciucio Buiding.

Cominciamo dalle dichiarazioni del ministro dell’Economia. E lasciamo perdere, invece, le chiacchiere sull’Imu, e sul relativo emendamento di Calderoli, innalzato a “ordine del giorno”, con cui si sollecita l’eliminazione dell’imposta sulla prima casa e la restituzione di quanto versato per il 2012. In massima parte, e al di là delle buone ragioni dei cittadini e delle cattive strumentalizzazioni dei partiti, trattasi di un ulteriore specchietto per le allodole. Vedi, tra gli altri, Berlusconi che già in campagna elettorale lo inalberò come un baluardo non solo politico ma addirittura etico. E quasi metafisico, stante che ebbe a definire l’abitazione di proprietà, come è tornato a fare anche ultimamente, «il bene più sacro». Qualcosa di vero c’è, ma è il “sacerdote” che lascia a desiderare.

Veniamo a Saccomanni, allora. Riferendosi alle riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin che si svolgeranno lunedì e martedì prossimi a Bruxelles, il ministro ha sottolineato che «avere il sostegno del Parlamento su questo Def sarà un elemento molto importante». La partita che si sta giocando a livello europeo, infatti, è imperniata sull’allentamento dei vincoli di bilancio. Per quanto riguarda l’Italia, ciò implica due obiettivi: il primo, propedeutico, è la chiusura della procedura a nostro carico per eccesso di disavanzo; il secondo, operativo, è la possibilità di stralciare dal disavanzo stesso le uscite che verranno destinate al rilancio, vero o presunto, dell’economia interna. Che, com’è arcinoto, è precipitata in una recessione gravissima e ormai incancrenita.

La Risoluzione della maggioranza che accompagna il Def lo dice esplicitamente, anche se col linguaggio più o meno involuto che è tipico degli atti istituzionali. Premettendo che «la prosecuzione di una politica di bilancio basata esclusivamente sull'austerità non sarebbe in grado di assicurare la crescita e aggraverebbe l'attuale recessione: ad essa va immediatamente associata una politica volta a creare occupazione» si arriva allo snodo essenziale:  «A tal fine mentre deve proseguire la politica di contenimento e di razionalizzazione della spesa pubblica, i margini di flessibilità finanziaria che si renderanno disponibili con la chiusura della procedura di disavanzo eccessivo dovranno essere utilizzati per accrescere gli investimenti produttivi e per attenuare il carico fiscale che attualmente grava sulle famiglie e sulle imprese».

Detto in maniera molto più sintetica, altri tagli alle uscite (vedremo quali) e un po’ di miliardi (vedremo quanti) per provare a far ripartire il Pil. Siccome i capitali non ci sono – e siccome abbiamo le mani legate sia dalla mancanza di sovranità monetaria, che ci impedisce di stampare moneta, sia dai vincoli connessi all’euro, che al momento ci vietano di indebitarci sia pure, finalmente, per motivi diversi dai soliti sprechi e ruberie assortite da parte dell’establishment e delle sue vaste e fameliche clientele – l’unica possibilità di “trovarli” è in un’espansione autorizzata del deficit.

In deroga, si intende. E soltanto se i nostri Supervisori Internazionali, altrimenti noti come Troika, ci daranno il permesso.

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