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EGREGIO NAPOLITANO, LA PRIMA VIOLENZA È QUELLA DEL POTERE

Florilegio del giorno, dai discorsi di Sua Eccellenza il Presidente della Repubblica.

Mazzetto numero uno: «Bisogna fermare la violenza prima che si trasformi in eversione. In questo momento non possiamo essere tranquilli davanti a esternazioni anche solo sul piano verbale o sul piano della propaganda politica». Mazzetto numero due: «Se il Quirinale è la casa degli italiani, come lo ha definito già il mio predecessore, i palazzi del Parlamento non sono i luoghi di un oscuro potere, ma i luoghi della sovranità popolare e della sua rappresentanza democratica. Basta identificarli come i luoghi dell'oscuro potere».

L’occasione, tanto per sbrigare alla svelta la parte meramente informativa, è il 35esimo anniversario dell’uccisione di Aldo Moro. Il senato lo ricorda nell’ambito di una cerimonia dedicata alle vittime del terrorismo e l’ospite d’onore, manco a dirlo, è appunto il Capo dello Stato. Il quale, invece di cavarsela con un discorsetto di circostanza, si lancia nelle approfondite analisi che abbiamo visto. Con esiti – sempre che almeno questo si possa scrivere senza essere tacciati di violenza eversiva, o denunciati per vilipendio – che per un verso sono risibili, mentre per l’altro sono subdoli.

Infatti, nella sua ansia di restituire dignità al Parlamento e alle altre istituzioni pubbliche sia elettive che no, Napolitano ribalta i termini della questione, confondendo le cause con gli effetti. L’avversione che si va diffondendo in Italia, e che viene erroneamente/capziosamente etichettata come antipolitica, non scaturisce dalla “violenza” delle critiche rivolte ai partiti e affini, ma dal comportamento che essi hanno tenuto per anni e anni. O per decenni e decenni, se ricomprendiamo nella messa a fuoco tanto la Prima Repubblica quanto la Seconda.

L’approccio corretto, quindi, consiste nel domandarsi chi siano i principali responsabili della disastrosa situazione in cui l’Italia è sprofondata. Fatto questo, non si vede proprio come si potrebbe assolvere la classe dirigente che è stata, o che è tuttora, al potere. Le ragioni dell’insofferenza diffusa, che del resto non è solo di principio ma si intreccia alle difficoltà materiali derivanti dalla crisi, sono quelle di un gran numero di cittadini che si ritrovano impoveriti e angariati. Non che essi siano esenti da colpe, per come hanno assecondato gli innumerevoli abusi compiuti sotto il loro naso, ma la loro resta una corresponsabilità accessoria. Mentre è centrale, e decisiva, e imperdonabile, quella di chi gli abusi li ha non solo commessi, ma elevati a sistema.

Inoltre, parlare di violenza nella maniera generica di Napolitano, e dei tantissimi altri che agitano la parola come uno spauracchio, è a sua volta una violenza. Perché invece di entrare nel merito, e ragionare sulla sostanza dei giudizi espressi anziché sulla forma che essi assumono, si demonizza in blocco chi reagisce ai soprusi subiti e si scaglia contro chi glieli ha imposti.

Napolitano evoca il pericolo dell’eversione, ma in termini etici essa è già avvenuta da un pezzo. Lo spirito della Costituzione è stato tradito in lungo e in largo, a cominciare proprio dalla sovranità popolare. Ed è paradossale, per non dire di peggio, che sul banco degli imputati ci vengano sbattuti quelli che finalmente si sono stufati e denunciano a voce alta il tradimento.

Se i “grandi” media nazionali non fossero quello che sono, bisognerebbe farla finita con i salamelecchi a priori e sollecitare il presidente della Repubblica a scendere dal pulpito delle omelie, per misurarsi sul terreno di una discussione autentica. In cui gli si possa far notare, ad esempio, quanto sia inconsistente la sua pseudo logica: dalla premessa, «Se il Quirinale è la casa degli italiani…», non discende affatto che allora «i palazzi del Parlamento non sono i luoghi di un oscuro potere».

La premessa è opinabile, benché l’abbia formulata Ciampi. La deduzione è grottesca: quei palazzi sono gli stessi in cui sono state scritte, discusse, approvate, moltissime norme che rimangono tra gli orrori della storia repubblicana. I condoni edilizi, ad esempio. Le leggi ad personam. Il finanziamento ai partiti, cancellato dal referendum e reintrodotto travestendolo, e al tempo stesso ingigantendolo, da rimborso elettorale.

Dobbiamo continuare? O possiamo concludere, senza apparire violenti ed eversivi, che tutto questo fa schifo e che perciò, chi più chi meno, abbiamo fondati motivi per essere un tantino arrabbiati?   

 

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