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Tzipi Livni per le Rosa Parks di Israele

Ci sono ancora delle Rosa Parks: esistono infatti delle sedicenti democrazie dove la segregazione sugli autobus esiste ancora e non hanno avuto alcuna eco le gesta dell’attivista afroamericana, che nel 1955 a Montgomery si rifiutò di cedere il posto a un bianco per andare a sistemarsi nella parte posteriore dell’autobus riservato ai negri.

In Israele, quando l’autobus attraversa quartieri fondamentalisti, esiste, infatti, segregazione, anche se non razziale: il retro dei mezzi pubblici è riservato alle donne, che evidentemente i fanatici di Javeh considerano esseri spregevoli con cui non venire a contatto, specie se nel loro periodo di “impurità”.

Per certe frange dell’ebraismo “ortodosso”, non solo le donne dovrebbero restare segregate nel loro recinto, ma quelle che osano sedersi fra gli uomini o che, addirittura, si vestono in maniera sconveniente - e non parliamo di tenute in stile FEMEN - è giusto siano sottoposte ad aggressioni verbali quando non fisiche: in quel caso, evidentemente, la paura del contatto o di divenire “impuri” per colpa di una niddah non ha ragion d’essere.

Contro questa tradizione si è mossa, con un gesto che alcuni considereranno di disgustoso laicismo, Tzipi Livni, che ha incaricato i funzionari del suo Ministero della Giustizia di redigere un progetto di legge che «renda illegale ogni segregazione delle donne e renda la loro umiliazione in luogo pubblico un crimine».  

Se la legislazione andrà in porto, grandi saranno le resistenze del fondamentalismo ebraico, anche le Rosa Parks israeliane potranno sedersi liberamente in autobus e chissà che magari non importino la moda di una disdicevole, decadente, tradizione occidentale, che da noi si sta purtroppo perdendo come tante altre: quella di cedere il posto a una signora. 

Ferdinando Menconi

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